Si affacciarono alla porta e videro una dozzina di selvaggi dirigersi verso la loro capanna, preceduti dal giovane tupinambi che serviva d’interprete.

Quattro suonavano certi flauti che parevano formati con tibie umane e due altri agitavano certe frutta legnose che dovevano essere state quasi riempite di sassolini.

Un settimo invece portava una specie di astuccio di pelle, abbellito da grani d’oro e da conchigliette e gli altri dei cesti che parevano assai pesanti.

— Che cosa vogliono questi uomini? — chiese Alvaro al ragazzo indiano.

— Consegnarti innanzi a tutto il tushana del capo e affidarlo alla tua vigilanza....

— Il tushana! Che cos’è?

— Lo scettro della tribù. Gli altri ti portano la colazione e anche dell’eccellente taroba che era stato preparato appositamente dalle più vecchie donne degli Eimuri, pel defunto pyaie.

— Metti in un canto il tuo tushana che per ora non c’interessa e fa posare la colazione. I pyaie bianchi non vivono già d’aria. —

Il ragazzo lo guardò un po’ sorpreso, prese poi il tubo contenente lo scettro che depose sotto le teste conservate, poi fece mettere a terra i canestri.

Alvaro con un gesto congedò musicanti e portatori e si mise a levare ciò che contenevano i pagara, paventando che potesse trovarsi dentro qualche pezzo d’arrosto umano.