Il capo degli Eimuri, tutto adorno di collane e di penne di varii uccelli si avanzò verso il prigioniero, seguito da una dozzina di guerrieri e secondo l’uso lo invitò a guardare per l’ultima volta il sole, poi impugnò la mazza facendola volteggiare parecchie volte in aria per dare un saggio della sua forza e della sua abilità.
Quindi fissando sul tupy uno sguardo feroce, gli disse:
— Nega che tu hai divorato il padre di quel guerriero, il capo e suo figlio.
— Fammi libero e mangerò te e tutti i tuoi, — rispose fieramente il tupy.
— Noi ti proveremo ed io mi preparo a darti il colpo mortale, giacchè tu affermi di aver ammazzati i miei guerrieri e tu sarai divorato in questo giorno istesso.
— Questi sono i casi della vita, — rispose il prigioniere scrollando le spalle. I miei amici sono numerosi e un giorno mi vendicheranno.
— Ha del coraggio quel giovane, — disse Alvaro al ragazzo indiano che gli aveva tradotte le risposte del prigioniero.
— Era un valoroso, signore, figlio d’un grande guerriero.
— Peccato che noi non possiamo far nulla per salvarlo.
— Gli Eimuri diverrebbero furibondi. Lasciateli fare. —