Due selvaggi avevano legato al prigioniero le gambe, lasciandogli però libere le braccia.

Il tupy si mise allora a dimenarsi come un forsennato sfidando tutti ad assalirlo, essendo concesso ai prigionieri il diritto della difesa.

Vedendo i guerrieri del capo avanzarsi, raccolse quanti sassi si trovavano presso di lui, scagliandoli contro i nemici. Ruggiva come una belva e quantunque avesse le gambe legate balzava coll’agilità d’una gazzella.

Il cerchio però si stringeva sempre più attorno a lui ed il capo aveva alzata la mazza.

Per qualche istante lo si vide roteare e tempestare di pugni gli avversarii, poi risuonò un colpo secco.

La liwara pemme del capo gli aveva fracassato il cranio, facendolo stramazzare al suolo fulminato.

— Andiamocene, — disse Alvaro, nauseato, mentre gli Eimuri si scagliavano, ruggendo come fiere, sul cadavere ancor caldo del tupy. — Questi assassini mi ributtano. —

E preso il mozzo per una mano lo trasse verso la capanna, mentre il disgraziato guerriero veniva gettato sulla graticola.

CAPITOLO XX. L’Uomo di fuoco.

Cominciavano ad averne fino sopra i capelli della loro carica ed a sentire un intenso desiderio di libertà.