Il rispetto e la paura avevano fatto diventare gli Eimuri straordinariamente generosi. Pesci di ogni specie, pappagalli e tucani arrostiti e aromatizzati con certe erbe, ceste ricolme di gallette di mandioca, tuberi cucinati sotto la cenere e frutta d’ogni sorta, coprirono ben presto tutto il pavimento della capanna.

Tutti i più famosi guerrieri correvano a offrire qualche cosa al terribile pyaie possessore della folgore celeste.

— Che vogliano ingrassarci per poi divorarci? — disse Alvaro, ridendo. — Questa improvvisa abbondanza non mi garba troppo.

— Non oserebbero, signore, — disse Garcia. — Ora devono essere convinti che noi siamo due veri pyaie e ci adorano come due divinità.

— Eh! Conta tu sull’adorazione di questa gente! Non mi stupirei se giungesse al punto da mettere indosso a loro il desiderio di provare la carne degli dei.

No, è meglio andarsene, mio caro ragazzo, e rinunciare a tutta questa abbondanza.

Orsù, pranziamo e poi andremo a fare il nostro giuoco. Il serpente se lo ammazzeranno loro.

CAPITOLO XXI. La fuga.

Un’ora prima del tramonto i due pyaie lasciavano il villaggio scortati dal capo, dal ragazzo indiano e da un drappello di dieci guerrieri scelti fra i più valenti e si avviarono verso la foresta per sorprendere il terribile serpente.

Alvaro che aveva già architettato il suo piano, si era recisamente opposto al desiderio del capo, di condurre un gran numero di sudditi per circondare tutta quella parte di foresta che si riteneva abitata dal rettile, assicurandolo che sarebbe bastato anche da solo.