— Fuggite, signor Alvaro! — gridò il mozzo che era diventato pallido come un cencio lavato. — Il serpente vi assale ed il capo è morto. —

Il portoghese aveva già spiccati tre o quattro salti per sottrarsi ai colpi di coda che il mostro non cessava di vibrare, fracassando i cespugli e sollevando una grandine di foglie secche e di frammenti di rami.

Si guardò intorno. Tutti erano fuggiti, perfino il ragazzo che gli serviva da interprete.

— Bah! — disse. — Se il capo non è morto, se la caverà come potrà. Andiamocene prima che gl’indiani ritornino. Di corsa, Garcia e cerca di resistere più che potrai. —

Senza più occuparsi del rettile il quale non cessava di dibattersi, i due naufraghi si slanciarono innanzi correndo come lepri.

La foresta d’altronde favoriva la loro fuga. Non era più ingombra di liane e d’altre piante parassite e gli alberi lasciavano qua e là degli spazi sufficienti per permettere il passaggio ad un uomo.

E poi le tenebre calavano rapidamente, essendo il sole già tramontato, quindi un inseguimento, almeno pel momento, collo spavento che doveva aver invaso i guerrieri per la morte del capo, non era da temersi.

Non volevano però i due fuggiaschi allontanarsi di troppo per non smarrirsi in quella immensa foresta che non avevano mai percorsa, sicchè dopo qualche migliaio di metri si arrestarono alla base di uno di quegli immensi alberi che si trovano di frequente nelle foreste brasiliane, alti non meno di ottanta metri e le cui radici uscendo da terra, formano una specie di tripode che sostiene l’enorme tronco e che possono facilmente servire come di travatura ad una capanna.

— Non andiamo più oltre, — disse Alvaro con voce affannosa. — Questa impenetrabile vòlta di verzura che ci nasconde le stelle, non ci permette di guidarci mentre noi dobbiamo dirigerci verso ponente se vogliamo raggiungere la savana sommersa.

La nostra salvezza sta nelle mani di Diaz e dobbiamo assolutamente trovare quell’uomo.