Il disgraziato indiano era caduto sotto il peso del rettile e prima che avesse avuto il tempo di rialzarsi si era trovato avvolto fra le spire dell’enorme liboia.

Alvaro non badando che al proprio coraggio e dimenticando che quello era il momento migliore per fuggire, s’era slanciato innanzi, mentre i guerrieri invece fuggivano in tutte le direzioni urlando a squarciagola.

— Signore! — gridò il mozzo, cercando di trattenerlo. — Che cosa fate! Fuggiamo anche noi!

— Sì ma dopo, — rispose l’animoso giovane, alzando il fucile.

Il liboia era spaventevole a vedersi. Quel serpente, che è il più enorme che esista, superando per mole tutti gli altri conosciuti, aveva stretto il disgraziato capo così bene, da non potersi più vedere.

Sibilava rabbiosamente, agitando senza posa la sua lingua biforcuta e vomitava dalla larga bocca armata di due file di denti aguzzi, getti di bava. La sua coda poi, spazzava il suolo con violenza, spezzando liane e cespugli, per impedire che qualcuno si avvicinasse e cercasse di strappargli la preda.

Alvaro aveva alzato il fucile, mirando la testa che si agitava a venti piedi dal suolo.

— Prendi, — gridò, facendo fuoco.

Il rettile, acciecato dal fumo si ripiegò su sè stesso, svolgendo le spire e lasciando cadere l’indiano che non dava più segno di vita, poi cominciò a dibattersi con estremo furore e con soprassalti convulsi.

La palla gli aveva fracassata la testa, pure non pareva che ne avesse ancora abbastanza.