Mentre il mozzo chiudeva gli occhi, Alvaro s’appoggiò col dorso ad un’altra radice, mettendosi il fucile fra le gambe.

Un silenzio profondo regnava nella foresta. Non si udivano nè batraci, nè parraneca, nè sapo; invece fra le foglie immense delle palme piumate volavano a battaglioni le splendide e scintillanti vago lume, quelle graziose lucciole che tramandano una luce così intensa da poter leggere, senza fatica alcuna, il carattere più minuto.

Pareva che quella parte della boscaglia non fosse abitata da alcun animale e già Alvaro, rassicurato da quella calma stava, a sua volta, per socchiudere gli occhi, quando un fruscìo di foglie lo fece balzare in piedi col fucile in mano.

— Calma traditrice, — mormorò. — E stavo per addormentarmi! Quale imprudenza commettevo! —

Il fruscìo continuava e proveniva da una macchia foltissima di jupati, superbe palme che hanno un tronco appena visibile mentre le loro foglie raggiungono sovente l’incredibile lunghezza di quaranta e anche più piedi.

— Chi sarà che muove quelle foglie? — si chiese Alvaro.

Si spinse innanzi per cercare di scoprire quell’essere misterioso che s’avanzava con precauzione, ma l’oscurità era ancora troppo fitta, cominciando appena allora la luna a diffondere un po’ di luce nel cielo.

— Che sia qualche Eimuro che ci cerca? — si domandò nuovamente Alvaro. —

Stava per svegliare il mozzo, quando scorse, sotto una di quelle immense foglie, due punti fosforescenti a luce verdastra.

— Ah! diavolo! — brontolò Alvaro — È un animale che ha gli occhi d’un gatto. Sarà qualche felino e chissà, una di quelle bestie che abbiamo veduto presso quel fiume.