L’adagiarono sulla barella e si misero in cammino.... (Cap. XXII).
La belva stava per saltare. Alvaro, che non perdeva mai la testa, si gettò dietro un albero per non venire atterrato e abbassò prontamente il fucile, voltandolo. Uno sparo rintronò un istante dopo.
L’animale, arrestato di colpo, nel momento in cui stava per scagliarsi, fece un salto in aria girando su sè stesso due o tre volte, poi ricadde miagolando e ululando spaventosamente.
In quell’istante un altro sparo echeggiò nella macchia.
L’uomo che giaceva al suolo a sua volta aveva fatto fuoco, quasi a brucia-pelo, fracassando il muso alla fiera.
— Diaz? — gridò Alvaro, precipitandosi verso il marinaio che aveva lasciato cadere il fucile.
— Signor Viana, — rispose il castigliano con voce commossa. — Voi qui, ed in così buon momento? E Garcia?
— Siete ferito?
— Mi sembra che una gamba sia stata sfracellata, signore. Era un giaguaro nero, una delle belve più terribili che infestano le selve brasiliane e m’aveva assalito alle spalle..... Grazie..... vi devo la vita..... Ah! che dolore! Mi ha strappata mezza coscia, ne sono certo.
— Ah! Povero signor Diaz! — esclamò Garcia che si era avvicinato. — In quale stato vi troviamo!