— Cose che toccano ai vivi, — rispose il marinaio di Solis, tentando di sorridere. — Carracho! Mi è impossibile alzarmi!
— Aspettate che vi porti nella radura vicina, che è assai più illuminata di questa macchia, — disse Alvaro. — Visiteremo la vostra ferita e cercheremo di medicarla.
Speriamo che non sia troppo grave. —
Si assicurò prima che la belva fosse proprio morta, poi prese fra le braccia il marinaio che non era troppo pesante e lo portò fuori dalla macchia, raggiungendo in pochi istanti la radura che la luna rischiarava come in pieno giorno.
Lo depose su uno strato di foglie già preparato dal mozzo e si curvò sul disgraziato marinaio.
Una smorfia molto significante, gli contorse la bocca.
— Diamine! — brontolò. — Che colpo d’artiglio! —
La ferita del marinaio era orribile. Le unghie della belva avevano aperto un solco profondissimo nella coscia destra strappando dei brandelli di carne ed intaccando fors’anche l’osso.
Da quello squarcio che misurava non meno di dieci centimetri, il sangue sfuggiva in tale quantità da temere che il marinaio morisse per emorragia,
— Ebbene? — chiese Diaz che conservava una calma ammirabile e che pareva non sentisse più alcun dolore.