A quel grido, lanciato con voce tuonante da un gabbiere, che era salito fino alla coffa, nonostante le spaventevoli scosse che subiva la caravella, i volti dei marinai si erano fatti pallidi.

Una costa, in quel momento, fra quelle onde formidabili che incalzavano e sbattevano in tutti i sensi la piccola nave, invece della salvezza, rappresentava più che un pericolo, anzi una morte sicura.

Nessuna speranza di sfuggire ad una triste sorte rimaneva a quei disgraziati. Anche se le onde li avessero risparmiati, la terra contro cui li trascinava la tempesta era più da sfuggirsi che da cercarsi, perchè sotto i suoi immensi boschi vivevano ancora i formidabili antropofagi, che già tanti equipaggi avevano massacrati e poi divorati.

Tutti i marinai si erano slanciati, come un solo uomo, verso l’alto castello di prora, interrogando ansiosamente il tenebroso orizzonte.

— Dov’è la terra che hai veduta? — gridò un vecchio marinaio, alzando il capo verso il gabbiere che si teneva stretto all’albero di trinchetto onde resistere alle furiose raffiche che lo investivano.

— Là!... dinanzi a noi... una costa... delle isole... delle scogliere...

— Camerati, — disse il vecchio con voce commossa. — Preparatevi a comparire dinanzi a Dio.

La caravella non governa più, e le vele vanno a brandelli.

— Si è spezzato anche il timone? — chiese un giovane alto e muscoloso, dai lineamenti fieri e dall’aspetto signorile, che contrastava vivamente coi volti ruvidi e abbronzati dei marinai.

— Sì, signor Alvaro; un’onda l’ha portato via un momento fa.