Senza abbattere l’albero, il quale d’altronde ha delle fibre tenacissime, impregnate d’una quantità straordinaria di silice che guasta le scuri meglio temprate, staccano semplicemente la corteccia.

La carbonizzano, poi la polverizzano servendosi d’un mortaio o d’un semplice sasso, quindi la mescolano in date proporzioni all’argilla, materia questa che si trova dovunque nelle foreste.

Alvaro e Garcia, informati rapidamente dal marinaio di ciò che dovevano fare per guadagnarsi la pentola, si misero subito all’opera, temendo di venire, da un istante all’altro, sorpresi dagli antropofagi.

Mentre il primo tagliava parecchi pezzi di corteccia i cui grani di silice che la impregnavano, scricchiolavano sotto la lama del coltello, il secondo scavava il suolo per raggiungere lo strato argilloso.

Avute le une e l’altra stavano per accendere il fuoco, quando il marinaio con un gesto li arrestò.

— No, — disse. — Finiremo l’operazione sull’isolotto.

Costruite invece la zattera, accendere qui del fuoco, sarebbe pericoloso.

— Io stavo per commettere una imprudenza imperdonabile, — disse Alvaro. — Sì, pensiamo prima alla zattera. —

Avevano già abbattuti parecchi grossi bambù che crescevano sulla riva della savana e raccolte parecchie liane, quando un ululato che aveva un non so che di triste echeggiò a breve distanza.

Il marinaio udendolo aveva alzato il capo.