— In mezzo alla savana, un po’ a mezzodì, — disse Diaz ad Alvaro. — È là che ho scoperta l’isola che ci servirà di rifugio. —
Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando alcuni selvaggi, spaventosamente dipinti e colle teste adorne di piume, irruppero dalla foresta gettando clamori assordanti.
— I Caheti! — esclamò Diaz, facendosi smorto. — Guardiamoci da loro! Sono ben peggiori degli Eimuri costoro!
— Forza, Garcia! — gridò Alvaro.
I selvaggi vedendo la canoa allontanarsi, avevano cominciato a soffiar dentro le gravatane, colla speranza di abbattere i remiganti i quali, per buona fortuna, avevano avuto il tempo di mettersi fuori di portata da quelle frecce probabilmente avvelenate col succo mortale del curaro.
Vedendo che la canoa guadagnava rapidamente via, alcuni selvaggi si gettarono coraggiosamente in acqua; non avevano però percorsi dieci metri, quando urla di terrore s’alzarono.
Due enormi jacarè che sonnecchiavano forse sotto le larghe foglie delle victoria, irritati di essere stati disturbati, si erano improvvisamente scagliati sui nuotatori, portandosene via uno.
Gli altri, spaventati, erano tornati precipitosamente alla riva dove i loro compagni gridavano a piena gola senza però osare di assalire i due caimani.
— Eccoli arrestati di colpo, — disse Diaz. — Dove vi sono gli jacarè l’indiano non si tuffa e se non trovano dei canotti non ci prenderanno.
— E se costruissero delle zattere? — disse Alvaro, senza cessare di dar dentro a tutta forza, nelle pagaie.