— Che siano i tatù? — si chiese Alvaro. — Tatù o no, non me li lascierò scappare. —

Gli animaletti avevano cominciato a scavare rapidamente il suolo coll’evidente intenzione di aprirsi una galleria e operavano con tale velocità, che quando Alvaro piombò a loro addosso, col calcio del fucile alzato, quasi tutti erano scomparsi.

Con un paio di calciate, bene appioppate, ne abbattè due, gli ultimi che non avevano avuto il tempo di scavarsi la tana.

— Che animali curiosi! — esclamò Alvaro, raccogliendoli. — Non ne ho mai veduti di simili! Saranno poi mangiabili? —

I tatù giacchè erano veramente tali, sono in realtà dei rosicchianti singolarissimi, tanto per le loro abitudini quanto per la loro struttura.

Ordinariamente non sono più grossi d’un coniglio, e hanno il corpo inviluppato in una corazza ossia formata da piastre trasversali nella direzione dei fianchi e la testa difesa da una specie di visiera scagliosa e durissima che dà a loro un aspetto curiosissimo e strano.

Al pari delle talpe, si tengono per lo più celati sotto il suolo, e sono così lesti nello scavare la terra coi loro solidi artigli, che da un momento all’altro scompaiono sotto gli occhi del cacciatore. Volerli cacciare sotto il suolo sarebbe una fatica inutile perchè in pochi minuti sanno scavarsi delle gallerie interminabili.

— Ritorniamo, — disse Alvaro. —

Strappò da un albero un ramo, appese all’estremità i due tatù e si rimise in cammino, lietissimo di poter fornire al povero marinaio un po’ di brodo.

Quando giunse all’accampamento, vide il mozzo accanto al fuoco, occupato a sorvegliare due vasi informi che cucinavano fra i carboni.