S’avanzavano gli uni contro gli altri a passo cadenzato, fermandosi di quando in quando per ascoltare le arringhe infuocate dei capi che li mettevano in un incredibile furore.
Davan fiato poi ai pifferi ed ai flauti, stendevano le braccia mostrando gli archi e le mazze o le gravatane, provocandosi con urla spaventevoli e alzando sulle picche dalla punta di selce o di spine di pesce, le ossa dei prigionieri che avevano divorati.
Gli Eimuri erano assai più superiori di numero, ma i loro avversari parevano meglio armati e poi più alti e più sviluppati dei primi.
— Se si distruggessero almeno reciprocamente, — disse Alvaro che si teneva ben celato a fianco di Garcia. — Questi sono demoni piuttosto che esseri umani.
— Chi vincerà? — chiese Garcia.
— Lo sapremo presto, — rispose Alvaro. — Simili battaglie con attacchi a corpo a corpo non devono durare molto.
Le due tribù che procedevano senza ordine alcuno ma in ranghi serrati, giunte a cento metri l’una dall’altra, posero mano agli archi e alle gravatane saettandosi reciprocamente.
Era uno spettacolo bellissimo il vedere tutte quelle freccie che terminavano in penne variopinte e che percosse dal sole riflettevano tutte le varietà delle loro tinte, volare in tutte le direzioni.
I guerrieri che ne venivano colpiti, se le strappavano dalle carni rabbiosamente, le mordevano e le spezzavano, senza dare indietro un passo nè volgere le spalle e rispondevano fino a che il vulrali, quel veleno che non perdona, produceva il suo mortale effetto.
Esaurite le freccie le due tribù si slanciarono l’una contro l’altra con un clamore assordante e le mazze alzate.