— Un arrosto di uccelli? — chiese Alvaro, vedendo il marinaio introdurre una freccia avvelenata nella gravatana.

— Penso di offrirvi qualcosa di meglio, — rispose Diaz che guardava invece fra le macchie di ortensie che crescevano intorno ai tronchi delle jabuticabeire.

Eccolo che si preparava a sorprendere gli ani. Lo vedete? —

Un animale che rassomigliava un po’ ad un gatto, col corpo esile lungo circa mezzo metro, dal pelame fitto, nero e bruno, la testa piuttosto grossa, con occhi grandi e gli orecchi pendenti, si era slanciato sul tronco d’un albero, arrampicandosi silenziosamente per raggiungere i rami sui quali strillavano noiosamente parecchi ani.

— Che cos’è? — chiese Alvaro.

— Un tayra, un vero predone che distrugge uccelli, rosicchianti e che non teme di assalire perfino i capibara che sono i più grossi roditori conosciuti. Eh! Un altro concorrente!

— Oh! Il bellissimo gatto! — esclamò Alvaro.

Un altro animale che fino allora si era tenuto nascosto fra le ortensie e che, come il primo, spiava gli ani colla speranza di sorprenderli, si era slanciato sul medesimo tronco.

Era un gatto pardino, animale comunissimo nelle selve brasiliane, dove al pari del tayra commette stragi immense di volatili e spinge la sua audacia fino a dare la caccia anche alle scimmie, che vince facilmente essendo armato di artigli solidissimi e dotato d’una agilità straordinaria.

Un bel gattone d’altronde, lungo quasi un metro, alto mezzo dalla spalla, col corpo robusto, coperto d’un pelo fittissimo, morbido, a macchie ed a striscie bianche, brune, gialle, grigie e nere.