In vita sua, ed era da credervi, il brav’uomo non aveva mai veduto una cosa simile ed attribuendo quel fumo che usciva dalla bocca del suo padrone, ad un fuoco interno, corse nella camera vicina, afferrò una brocca d’argento piena d’acqua e gliela rovesciò addosso gridando:
— Al fuoco! Al fuoco! —
Chi avrebbe detto che cent’anni più tardi quella pianta, ignorata dal mondo intero e nota solo agl’indiani dell’America del sud, avrebbe portata una vera rivoluzione nei costumi e nelle abitudini di milioni e milioni d’uomini e che tutti i governi ne avrebbero approfittato per arricchire le casse dello Stato?
Alvaro e Diaz avevano già divorata la colazione e stavano provando il tabacco dell’indiano, quando verso la riva udirono un cozzo come se due barche si fossero urtate.
Entrambi si erano alzati, balzando sulle loro armi.
— Che sia il proprietario della tettoia che torna? — chiese Alvaro, armando per precauzione il fucile.
— Deve essere lui, — rispose il marinaio. — Aspettate: se risponde al richiamo è un Tupinambi. —
Accostò alla bocca un pezzo di foglia piegata in due e cavò due o tre sibili stridenti che si potevano udire a grande distanza, poi attese.
Un momento dopo tre suoni consimili echeggiarono sotto le palme nane che coprivano la riva.
— È un amico, — disse il marinaio.