Si udiva fra le fronde un fruscìo che aumentava rapidamente, poi le foglie d’una bananiera s’aprirono ed un indiano balzò sulla piccola spianata su cui si ergeva la tettoia.
Era un uomo di mezza età, alto, slanciato, dai lineamenti un po’ angolosi, cogli occhi piccoli, neri e mobilissimi ed i capelli lunghissimi e piuttosto grossolani.
La sua pelle, come tutti quelli della sua tribù, invece di essere rossastra era verdognola, tinta dovuta al soverchio uso che facevano d’olio di cocco e di grasso pei tatuaggi sul petto e sulle braccia rappresentanti degli orribili batraci colle bocche aperte.
Era interamente nudo; aveva solo una collana di denti umani, probabilmente strappati ai vinti nemici e nella destra una gravatana.
— Mi riconosci Cururupebo (Rospo enfiato)? — chiese il marinaio facendosi innanzi.
— Il gran pyaie di Zoma! — esclamò l’indiano, facendo un gesto di stupore.
Poi guardando con viva curiosità Alvaro, proseguì:
— È tuo figlio?
— Che ho ritrovato dopo tanti anni. Dove sono i Tupinambi? E tu che cosa fai qui?
— Mi sono rifugiato su quest’isolotto dopo la distruzione della mia aldèe[11], — rispose l’indiano.