— Cammina gran pyaie, — disse.
— Che cosa c’è ancora?
— Morti... laggiù....
— Che i Tupy siano stati raggiunti dagli Eimuri e distrutti fino all’ultimo? — si chiese il marinaio con angoscia. — Allora Garcia non avrebbe potuto sfuggire alla morte. —
Seguì l’indiano, col cuore stretto da una profonda ansietà, senza nulla dire ad Alvaro e dopo tre o quattrocento passi giungevano sulle rive di un ampio stagno, le cui rive erano quasi sgombre d’alberi.
Un terribile combattimento doveva essere avvenuto anche in quel luogo. Parecchie centinaia di cadaveri, già in via di putrefarsi, giacevano intorno allo stagno fra una confusione indicibile di archi, di gravatane e di mazze.
Pozze di sangue già coagulato si scorgevano dovunque nelle depressioni del suolo.
— Eimuri, — disse Rospo Enfiato, con un sorriso di crudele soddisfazione. — I Tupinambi sono stati vendicati.
— Che siano stati vinti a loro volta dai Tupy? — chiese Diaz.
— Sì, e sono caduti tutti o quasi tutti. Guarda la testa del loro capo. —