D’altronde Alvaro ed il marinaio potevano fidarsi interamente dell’acutezza dei sensi dell’indiano. Quell’uomo, anche dormendo, non si sarebbe lasciato sorprendere e si sarebbe subito accorto dell’avvicinarsi d’un nemico.
Il loro sonno non fu interrotto che da qualche urlo dei guarà, ronzanti intorno all’aldèe dei Tupy. Nè giaguari nè coguari, che pur allora erano numerosissimi e così audaci da slanciarsi perfino al di sopra delle palizzate e di entrare nei carbet per rapire i fanciulli degl’indiani, si fecero udire. Si erano appena svegliati, quando udirono in lontananza, in direzione dell’aldèe, una voce che canticchiava e a poco a poco diventava sempre più distinta.
Rospo Enfiato si era rizzato, colla gravatana in mano, dicendo al marinaio.
— Vengono a far acqua.
— Ed è la voce d’un fanciullo, — rispose Diaz che ascoltava attentamente.
— E non Tupy, — disse l’indiano che si era lasciato sfuggire un gesto di stupore. — È una canzone dei Tupinambi.
«Teniamo l’uccello pel collo e se tu fossi un tucano venuto a beccare nelle nostre campagne saresti volato via.» È così che cantano i nostri guerrieri quando legano i prigionieri destinati a essere macellati.
L’odi gran pyaie bianco?
— E aggiungerei che io ho ancora udita questa voce, — disse il marinaio il cui stupore non era meno profondo di quello dell’indiano.
— Sì è la voce di Japy, non posso ingannarmi.