Aveva caricato il fucile e si era collocato dietro la porta, risoluto a vendere cara la vita ed a fucilare quanti Tupy avessero osato inoltrarsi.
Garcia che non era legato, non avendo i brasiliani l’abitudine di tenere i loro prigionieri immobilizzati nei carbet a loro destinati, si era messo dietro di lui armato d’un bastone che aveva trovato in un angolo della prigione, pronto ad aiutarlo.
I Tupy si erano forse accorti che il terribile Uomo di fuoco si era riparato nel carbet dei prigioniero, ma non osavano avanzarsi per impadronirsene.
Certo, la fama di quel Caramurà che era possessore del fuoco celeste, era giunta fino ai loro orecchi e si sentivano venir meno il coraggio di affrontarlo.
Si vedevano ronzare per la vasta piazza, a gruppi, chiaccherando sommessamente fra di loro e facendo gesti minacciosi colle loro mazze, senza osare fare un passo innanzi.
— Si sono accorti che io sono qui, — disse Alvaro.
— E hanno paura, signore, — disse Garcia. — Il ragazzo indiano deve aver raccontato a quei Tupy che voi avete rapito il fuoco celeste e che uccidete meglio delle loro frecce.
— Durerà a lungo la loro paura?
— Avete molte munizioni?
— Almeno cinquecento colpi.