Nel centro del carbet s’apriva un foro circolare che dava luce all’abitazione. Appoggiarono due pertiche ai margini e raggiunsero senza fatica il tetto formato da robuste traverse coperte da un fitto strato di bananeira.
I selvaggi non avevano lasciata la piazza. Anzi avevano formato un immenso circolo attorno al carbet pur tenendosi ad una notevole distanza ed avevano accesi qua e là dei fuochi per meglio sorvegliare gli assediati.
— Ve ne sono almeno duecento, — disse Alvaro, — senza contare quelli che si sono slanciati dietro Diaz e Rospo Enfiato.
Se potessimo resistere fino all’arrivo dei Tupinambi! —
— Che quei selvaggi vengano in nostro soccorso, signore? — chiese il mozzo.
— Non ne dubito, purchè Diaz ed il Rospo riescano a sfuggire all’inseguimento. No, il marinaio non ci lascierà divorare da questi antropofagi e lo vedremo tornare alla testa dei Tupinambi.
— Ah! Se potessimo avere anche il tuo fucile!
— Mi hanno detto che si trova nella capanna del pyaie della tribù.
— Chi te lo disse?
— Il ragazzo indiano.