Ad un tratto fu veduto balzare in piedi e precipitarsi come un fulmine dentro il carbet più vicino senza osare raccogliere i pezzi della sua mazza.
— Credo che ne abbiano abbastanza per ora e che lascieranno in pace l’Uomo di Fuoco, — disse Alvaro. — Non oseranno più tornare.
— E noi approfitteremo per fare colazione, signore, — disse Garcia. — Credevo che dovessero guastarmi l’appetito.
— Adagio coll’appetito, ragazzo. Non è permesso soddisfarlo interamente, ghiottone. Dovrai accontentarti d’una mezza galletta e d’un pezzo di tubero.
Dobbiamo essere strettamente economici. —
Si sedettero presso il foro, lasciando penzolare le gambe nel vuoto e sicuri di non venire, almeno pel momento, disturbati, si divisero fraternamente una delle gallette ed un tubero.
Un’abbondante sorsata d’acqua filtrata attraverso i vasi porosi, surrogò il vino di palma che non potevano procurarsi.
I selvaggi si erano tenuti lontani, accontentandosi di sorvegliarli per impedire che fuggissero, cosa impossibile a tentarsi d’altronde con quelle cinte così alte che non si potevano superare e con tanti nemici da affrontare e armati di frecce intinte nel vulrali.
Alvaro non vi pensava affatto, non desiderando provare gli effetti di quel veleno che abbatteva così prontamente anche le più feroci belve. Preferiva rimanere assediato e aspettare i Tupinambi.
La giornata trascorse tranquilla, senza allarmi, tanto che Alvaro potè dormire un paio d’ore, mentre il mozzo vegliava, prevedendo che la notte non sarebbe trascorsa così calma.