Solo di quando in quando si udiva l’acqua della laguna, che la brezza mattutina agitava, rompersi con un gorgoglìo monotono contro la riva.

Ad un tratto un buffo d’aria portò fino alle nari dell’indiano un acuto odore di selvatico, quell’odore speciale che tramandano le fiere e che si espande anche a non breve distanza.

— Si trova dinanzi a me, — barbottò l’indiano.

Si volse lanciando un rapido sguardo verso le macchie e vide il marinaio di Solis rannicchiato dietro il tronco d’un simaruba, colla gravatana accostata alle labbra.

— Devono essere due i giaguari, — mormorò — maschio e femmina forse e hanno manovrato in modo da prenderci in mezzo.

Ciò non deve durare molto; la pazienza non è il forte di quelle belve, specialmente se è la fame che le spinge. —

Fece ancora qualche passo sperando che il giaguaro si decidesse a mostrarsi. Non riuscendo a scorgerlo e temendo pel compagno, stava per retrocedere verso le macchie, quando vide slanciarsi fuori dai paletuvieri, con un salto fulmineo, la belva.

Era un superbo giaguaro, grosso quasi quanto una tigre malese, dal pelame splendido e dalle forme eleganti ed insieme vigorose.

I suoi occhi, che mandavano bagliori fosforescenti, si erano subito fissati sull’indiano.

Per alcuni istanti l’uomo e l’animale si guardarono, come se fossero sorpresi di trovarsi l’uno di fronte all’altro, a così breve distanza, poi la belva aprì le mascelle formidabilmente armate e si lasciò sfuggire un rauco brontolìo che non era certo di buon augurio.