— È di pao de fero, — aggiunse. — Sai a che cosa serve. —
Si calò silenziosamente in acqua tenendo fra i denti la gravatana, fece cenno a Diaz di non muoversi e si mise a nuotare lentamente tenendosi sotto i rami arcuati delle piante da febbre.
Manovrava così agilmente da non produrre il più lieve rumore. Pareva, anzichè nuotasse, che scivolasse sulle nere acque come un vero pesce.
Le quattro canoe, come abbiamo detto, si erano arrestate ad una sessantina di passi.
Sulla più vicina si trovava l’indiano incaricato dì guardarle. Stava seduto sulla prora, accanto ad un lungo ramo resinoso infisso in una fessura del banco e s’appoggiava alla mazza da guerra.
Rospo Enfiato si era arrestato a quindici passi, fuori dal cerchio di luce proiettato dai rami resinosi.
Con una mano s’aggrappò alla radice d’un paletuviero, accostò la gravatana alla bocca, mirò per qualche istante con grande attenzione, poi si udì in aria un sibilo appena percettibile.
Il Tupy era balzato prontamente in piedi portando ambo le mani alla gola. La terribile freccia gli si era conficcata, con matematica precisione, nel pomo d’Adamo.
Strappò il cannello mandando un urlo rauco, poi s’abbassò cercando di afferrare la mazza.
Ad un tratto però vacillò, alzò le braccia tentando di aggrapparsi a qualche cosa, poi cadde nelle nere acque della savana sommersa con un tonfo lugubre.