Coll’Uomo di fuoco i Tupinambi acquistavano una forza straordinaria e dovevano diventare invincibili.
La spedizione fu subito decisa, tanto più che si trattava di dare un colpo mortale alla potenza dei Tupy, quegli insaziabili divoratori di carne umana che tanto male facevano alla tribù.
La stessa sera, quaranta grosse canoe, montate da cinquecento guerrieri armati di mazze, di scuri di selce, di archi e di gravatane e ben forniti di frecce tinte nel vulrali, lasciavano il villaggio scendendo rapidamente il fiume.
Diaz ne aveva assunto il comando, innalzando Rospo Enfiato alla carica di aiutante di campo. Non fu che l’indomani sera che la flottiglia giunse nel secondo fiume, là dove il marinaio ed il Rospo avevano tratta a galla la canoa.
Lasciarono cinquanta uomini a guardia delle scialuppe, poi il grosso, sotto la guida del Rospo, si spinse attraverso le foreste per sorprendere l’aldèe dei Tupy.
Erano già giunti presso i margini dei grandi boschi, quando Diaz che marciava alla testa della spedizione assieme ai sotto-capi, udì in lontananza a rimbombare degli spari.
— È Alvaro, l’Uomo di fuoco! — gridò al Rospo. — Si difende ancora! Di corsa e armi in mano.
Attraverso le fronde si vedeva un intenso chiarore che rapidamente aumentava e saliva in aria una nuvola di fumo coi margini rosseggianti.
Urla acute si alzavano nel villaggio dei Tupy miste a spari. Era il momento in cui Alvaro stava abbandonando il carbet ormai fiammeggiante.
Diaz, col cuore stretto da una profonda angoscia, incoraggiava i Tupinambi ad affrettarsi.