Verso sera la canoa giungeva dinanzi ad un grosso villaggio formato da parecchie centinaia di carbets vastissimi, capaci di contenere ognuno venti famiglie. Era la grande aldèe di Tulipa, la più grossa che possedevano i Tupinambi, capace di mettere in arme non meno di cinquecento guerrieri.
In quell’epoca i Tupinambi erano ancora potentissimi ed estendevano il loro territorio fino sulle rive dell’oceano, là dove oggidì sorge la città di Bahia.
Avevano numerosi villaggi ben popolati e godevano fama di essere valorosissimi. Ed infatti il loro nome equivaleva a quello di bravi e valenti, e veramente lo erano, essendo quasi sempre in guerra con tutte le tribù vicine, specialmente coi Tupy, loro secolari nemici.
La improvvisa emigrazione dei ferocissimi Eimuri, calati nelle selve a turbe immense, dopo sanguinosissimi combattimenti e lunghe resistenze, li aveva costretti ad abbandonare le loro aldèe e cercare un rifugio momentaneo nelle foreste.
Passata però quella tremenda burrasca che aveva travolte un gran numero di tribù meno resistenti, a poco a poco erano ritornati ai loro villaggi riedificando quelli che erano stati distrutti, ma erano tornati ben decimati dai lunghi combattimenti e per di più senza capo, preso, ferito e divorato dagli Eimuri.
Si può immaginare lo stupore degli abitanti e anche la loro gioia nel veder sbarcare dinanzi all’aldèe il gran pyaie bianco che era il personaggio più importante della tribù dopo il capo e che avevano ormai creduto morto.
Il marinaio, durante i lunghi anni che era vissuto fra quei fieri selvaggi, aveva saputo acquistarsi la loro stima, insegnando a loro molte cose utilissime.
Fu quindi con una vera esplosione di gioia che venne ricevuto dai sotto-capi e dalla popolazione. Fu collocato in un palanchino e trasportato nella sua abitazione, una casetta di stile spagnuolo che faceva bella pompa in mezzo all’aldèe.
Diaz, che pensava sempre con angoscia ad Alvaro, fece radunare i sotto-capi ed i vecchi della tribù ed espose senz’altro il motivo che lo aveva indotto a tornare precipitosamente assieme a Rospo Enfiato.
Con suo stupore s’accorse subito che Caramurà non era sconosciuto ai Tupinambi. Tutti avevano udito a parlare di quel terribile Uomo di fuoco possessore del fuoco celeste che tuonava e fulminava; anche le tribù loro alleate che abitavano al nord del territorio. Il desiderio di poter avere un pyaie così potente, così invincibile, fece subito breccia nel cuore dei sotto-capi e dei vecchi.