— Che bramerei anch’io mettere sui carboni se la paura di attirare l’attenzione dei selvaggi non mi trattenesse.
— Ah! Signor Alvaro!
— Che cosa hai scoperto?
— Guardate là quei giganteschi alberi che sono carichi di frutta. Se provassimo ad assaggiarne qualcuna? —
Alvaro alzò gli occhi e scorse, a breve distanza dal luogo ove erano sbarcati, parecchi alberi immensi adorni di fronde foltissime e che portavano delle frutta somiglianti alle pere; ma un po’ più allungate e brillanti dei più vivi e svariati colori.
I loro tronchi poi erano letteralmente coperti da grosse goccie trasparenti che parevano formate d’acqua solidificata e che spandevano un aroma acutissimo.
Erano acajaba, gli alberi forse più belli e più preziosi dell’America del sud, così pregiati dalle tribù indiane che per possedere i terreni su cui crescono, se li disputavano accanitamente con guerre sanguinosissime che costavano talvolta centinaia e centinaia di vite umane.
Alvaro che non li conosceva, non essendo mai stato prima d’allora nel Brasile, era rimasto perplesso dubitando che quelle frutta così colorite potessero servire al loro stomaco e racchiudessero invece qualche succo pericoloso.
— Si può provare, Garcia, — disse finalmente. — Sono così belle quelle frutta che tenterebbero delle persone meno affamate di noi.
Puoi salire?