La catena, per la spinta, attraversò di volata il fiume e tutta la banda in un momento si trovò riunita sull’acaja manifestando la sua gioia con inestinguibili scoppi di risa e salti disordinati.

— Buon viaggio! — gridò il mozzo, vedendole slanciarsi da un albero all’altro per guadagnare il folto della foresta.

Salì su un ramo che si piegava sotto il peso delle frutta e fece cadere al suolo una pioggia di quelle bellissime pere.

Alvaro ne raccolse alcune e le spaccò a metà. La loro polpa era diafana, quasi trasparente ed esalava un profumo squisito.

— Se le scimmie le mangiano vuol dire che non contengono alcun veleno — disse, addentandone una. — Perdinci! Come sono deliziose! Altro che le nostre pere d’Europa.

Il mozzo, a cavalcioni d’un ramo, le divorava a due palmenti dividendo pienamente il parere del signor Correa.

Ed infatti non avevano torto. Anche gl’indiani ne sono ghiottissimi e ne raccolgono in quantità enormi che poi seccano e riducono in farina, formando poscia delle focaccie che nulla hanno da invidiare a quelle composte col miglior frumento d’Europa.

Avevano fatto già un’abbondante scorpacciata, quando Correa che si era sdraiato fra le fresche erbe per riposarsi un po’, vide il mozzo lasciare rapidamente il ramo, aggrapparsi alle liane e lasciarsi scivolare fino al suolo con rapidità fulminea.

— Cos’hai, ragazzo? — chiese il portoghese, afferrando i due archibugi.

— Silenzio, signore! — rispose il mozzo con voce alterata.