— Che cosa fanno quelle scimmie? Pare che vogliano piombarvi addosso. —

Le ateli stavano in quel momento eseguendo una manovra misteriosa.

Ritiratesi all’estremità del ramo, una di esse si era lasciata penzolare nel vuoto, trattenuta dalle compagne per la coda.

Una seconda eseguì la stessa manovra, poi una terza formando in tal modo una specie di catena che si allungava rapidamente verso il suolo.

Si tenevano le une le altre per la coda lunghissima imprimendo, con dalle spinte poderose, all’intera catena, un movimento ondulatorio fra il tronco dell’albero e la riva del fiume.

Alvaro ed il mozzo, molto sorpresi, le osservavano curiosamente non sapendo, nè riuscendo ad indovinare dove le scimmie miravano. Le ondulazioni aumentavano sempre. L’ultima scimmia, che si trovava a soli cinque o sei metri dal suolo, coi suoi slanci giungeva talvolta fino in mezzo al fiumicello.

Ad un tratto con un’ultima e più vigorosa spinta la catena attraversò tutto il corso d’acqua e la scimmia che formava l’estremità s’aggrappò al ramo d’un acajero che cresceva sulla riva opposta, tenendosi ben stretta, mentre le compagne allungavano le gambe, appoggiandole sulle spalle o sulle teste delle vicine, formando in tal modo un ponte sospeso del più strano effetto.

— Ah! Le furbe! — esclamò Alvaro. — Ora ho compreso! —

Le scimmie che erano rimaste sul ramo, quasi tutte femmine, che portavano a cavalcioni fra le spalle dei piccini, s’erano slanciate senza esitare su quel ponte peloso, gridando a piena gola.

Raggiunta la riva opposta, issarono l’ultima scimmia fino ai rami più alti, poi quella che si teneva aggrappata all’acajaba si lasciò andare.