— Che siano due esploratori degl’indiani che sono fuggiti? — chiese Garcia.
— Può darsi, — rispose Correa. — Se sono due soli non c’è da spaventarsi.
— Che ci scoprano? Possono trovare le nostre orme che abbiamo lasciate sulle sabbie e anche la zattera.
— Se si accosteranno non li risparmieremo. —
In quel momento due indiani sbucarono dal folto della boscaglia avanzandosi verso la spiaggia.
Erano entrambi di statura alta, un po’ magri, coi lineamenti regolari, colla pelle d’un rosso mattone e quasi interamente nudi, non avendo che un piccolo perizoma formato di nervature di foglie grossolanamente intrecciate.
Avevano invece i corpi dipinti di ocra rossa e nera, delle penne attaccate alle gote e altre infisse nei lunghi e ruvidi capelli che portavano sciolti sulle spalle.
La loro bocca aveva però un aspetto ripugnante, avendo il labbro superiore assai sporgente, come in forma d’un cucchiaio, prolungamento dovuto ad un pezzo di diaspro, di forma rotonda, incastrato un po’ sopra al mento e che pareva un vero stoppaccio cacciato a forza nella carne viva.
Quello strano ornamento che è in uso anche oggidì fra gl’indiani delle regioni interne del Brasile e che chiamasi il barbotto, dà alle loro fisonomie un aspetto ripugnantissimo.
Per averlo, si forano il labbro inferiore e vi cacciano dapprima dentro un dischetto di legno per tenere aperta la ferita finchè si siano rimarginati gli orli, poi uno più grande e continuano finchè abbiano raggiunto una sporgenza enorme. È da quel foro che sfugge la saliva che li imbratta in modo schifoso.