— Non ne so più di te, — rispose Alvaro che seguiva attentamente quella singolare operazione senza riuscire a comprendere molto. —

I due indiani versarono la polvere levata dalla conchiglia nelle ossa che dovevano essere forate in tutta la loro lunghezza, accostarono poi i loro volti introducendo fra le labbra uno dei rami inferiori e l’altro nelle narici, poi si misero a soffiarci con forza starnutando rumorosamente.

Quell’operazione inesplicabile pei due naufraghi, vissuti in un’epoca in cui il tabacco cominciava a essere appena noto ai popoli d’Europa, era invece spiegabilissima.

I due indiani fiutavano semplicemente un po’ di tabacco polverizzato nè più nè meno come lo prendevano i nostri nonni. Solamente lo fiutavano in modo un po’ diverso e con maggior vigore, soffiandoselo reciprocamente nel naso mediante quello strano istrumento formato da due ossa alari d’uccello, incrociate a quel modo.

Dopo d’aver sternutato abbondantemente, fino ad avere le lagrime agli occhi, i due selvaggi, felicissimi del successo di quella operazione, tornarono a sdraiarsi fra le erbe, tenendo gli sguardi sempre fissi sulle acque che in quel luogo parevano assai profonde.

Che cosa aspettavano? La risposta fu più pronta di quello che i due naufraghi credevano.

Non erano trascorsi quindici minuti, quando videro i selvaggi balzare rapidamente in piedi, uno tenendo in mano uno di quei pugnali di legno, aguzzo d’ambo le estremità e l’altro la corda di liane.

Quello armato del pugnale che sembrava il più robusto e anche il più attempato, si slanciò su una piccola rupe che s’alzava presso la spiaggia, scrutò, con estrema attenzione le acque, poi si cacciò il pugnale fra i denti e con un magnifico salto di testa s’immerse.

— Sono pescatori, — disse Alvaro al mozzo. — Sarei però curioso di sapere quale specie di pesce andrà a pugnalare.

— Dubito che possa riuscirvi, — rispose il ragazzo. — Sono troppo lesti gli abitanti delle acque.