La estremità della fascia lanciata da una mano sicura era caduta sulle spalle di Garcia, essendo sufficientemente lunga. Serrarsi quel capo attorno al corpo e annodarlo solidamente, fu un momento solo pel ragazzo che non aveva perduta la testa.
— Lasciati trascinare! — disse Alvaro.
Afferrò la fascia e operò una energica trazione, strappando il giovane marinaio da quell’orribile tomba che stava per rinchiudersi sopra di lui.
Il mozzo non osava dibattersi nè aiutarsi per paura che le sabbie tornassero ad aprirsi sotto i suoi piedi. Già stava per toccare la riva quando un turbine d’acqua e di fango si sollevò dal fondo, coprendolo e acciecandolo, seguito subito da un sibilo acutissimo.
— Signor Alvaro! — gridò, riparandosi gli occhi. — Il terremoto! —
Altro che terremoto! Un serpente enorme, un giboia o boa constrictor, di lunghezza smisurata, grosso quanto il corpo d’un ragazzo di dieci anni, era improvvisamente sorto fra le canne e le piante acquatiche, sollevando colla possente coda un uragano di fango e di acqua.
Era uno dei più spaventevoli rettili che vivono nelle savane brasiliane, quantunque uno dei meno pericolosi non essendo velenoso come i crotali o come i cobra capelo.
Interrotto dal suo sonno dal mozzo che rimuoveva il fondo, si era raddrizzato di colpo, sibilando rabbiosamente e dardeggiando sui due naufraghi uno sguardo ardente e affascinante.
Il signor di Correa, senza perdersi d’animo, con un’ultima strappata tirò alla riva Garcia, poi afferrò l’archibugio.
Il rettile, che doveva essere non solo irritato, ma anche affamato, si era diretto verso i due naufraghi percuotendo furiosamente le acque colla coda, come se fosse deciso ad assalirli.