Ad ogni clamore del povero animale rispondevano le urla selvagge dei vittoriosi pescatori e gli spari dei mauser. Anche Dik, non avendo potuto avere una fiocina, poichè i canotti non osavano accostarsi troppo alla riva battuta da ondate irte di spuma sanguigna, si era impadronito della grossa carabina a due colpi e bruciava, con una specie di gioia feroce, le sue cartucce, scegliendo i punti più sensibili del cetaceo.
Ben presto le note metalliche del mostro immane cominciarono ad affievolirsi. Le sue forze scemavano e la vita se ne andava rapidamente.
La coda si alzava ormai pesantemente, ad intervalli, e non più colla suprema energia di prima.
L'agonia cominciava e la morte si avanzava frettolosamente.
Nemmeno quell'enorme massa l'aveva vinta o fatta indietreggiare.
— Ecco la fine, — disse Dik, appoggiandosi alla carabina ancora fumante. — Guardate gli sfiatatoi. —
Due fitte colonne di vapore rossastro, cariche di sangue, si erano alzate sopra la testa del gigante dei mari.
Annunciavano la morte.
Gli esquimesi, sapendo ormai che la gigantesca preda non poteva più sopravvivere che pochi minuti a quella tempesta di fiocine e di palle, si erano allontanati di tre o quattrocento passi per trovare una zona di mare tranquillo; poi si erano diretti rapidamente verso la costa, sbarcando e portando a terra i loro leggierissimi canotti.
Parevano premurosi d'incontrarsi cogli uomini bianchi che li avevano così validamente aiutati in quella emozionante e non facile impresa.