— Vediamo, — disse il canadese. — Questi furfanti contano certamente su qualche premio.
Alle carote dell'angekok non credono nemmeno loro, scommetterei mille dollari contro uno. —
Karalit, seduto su un hummok di neve, colla rivoltella sempre in pugno, circondato da una quarantina dei suoi sudditi, i quali provavano la forza dei loro archi fabbricati con pezzi di corna di renna strettamente legati, aspettava pazientemente che i due esploratori avessero finito di chiacchierare.
Aveva del tempo da perdere il briccone, ora che le sue capanne rigurgitavano di carne e di lardo di balena.
— Insomma, che cosa vuoi? — chiese il canadese, minacciandolo col pugno.
— Te l'ho già detto, uomo bianco, — rispose l'esquimese. — Impedirti di avanzare verso il gran nord.
— Ma se ti ho già detto anch'io che il tuo angekok è un pazzo da mandare a casa dello spirito maligno.
— L'angekok ha parlato e basta, — ripicchiò l'ostinato. — Non si è mai ingannato nel predire le grandi tempeste, i grandi freddi, le scarse caccie e non s'ingannerà ora.
— E vuoi che torniamo indietro?
— Sì: questo è il fermo volere mio e di tutti i miei sudditi.