Essendo la sua superficie tutta gelata, l'automobile vi si avventurò, senza perdere tempo a girarlo verso ponente.

Giganteschi ice-bergs, alti due e perfino trecento metri, si erano qua e là accumulati, formando talvolta delle barriere che apparivano insuperabili.

Il freddo intenso li aveva però saldamente imprigionati entro il pak, sicchè non c'era pericolo che da un momento all'altro perdessero l'equilibrio e schiacciassero il treno.

Descrivendo delle grandi curve e dei vasti angoli, l'automobile avanzava sempre, perseguitato da vere nubi di volatili, i quali osavano perfino precipitarsi sugli esploratori colle loro grida rauche e discordi.

Erano così poco paurosi, che anche presi a fucilate, dopo qualche minuto tornavano alla carica.

Walter era riuscito a strozzarne perfino alcuni colle mani, e li aveva messi da parte, contando di prepararseli per la cena, quantunque il canadese ed anche l'ex-baleniere avessero fatto delle smorfie molto significanti. Valeva infatti molto meglio la carne dell'orso bianco, più saporita e meno coriacea.

Un'ora più tardi l'automobile correva nuovamente sulle pianure settentrionali, muovendo sul Wager River, che non è affatto un fiume, bensì un altro lunghissimo e largo fiord che sbocca di fronte all'isola di Southampton.

Il terreno era diventato nuovamente migliore, sicchè Dik, il quale pareva pel momento che si fosse dimenticato delle promesse fatte a mister Torpon, spingeva la velocità talvolta perfino a sessanta miglia all'ora.

Se non vi fosse stato il carrozzone, quel diavolo d'uomo non avrebbe esitato a lanciarlo anche a cento, non essendovi alcun pericolo di schiacciare delle persone, ma non doveva dimenticare il peso considerevole che il motore era costretto a trainare.

Ancora tre ore di corsa velocissima in mezzo ad un piccolo uragano di neve ed il treno giungeva sulle rive del golfo di Boothia, un grado e mezzo sopra del circolo polare artico.