MARIANNA BRIGHENTI E LA SUA FAMIGLIA.
Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel 1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.
Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso, quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza, ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne l'edizione bolognese, allora incominciata, de la Vera storia di due amanti infelici; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese La Ghirlandina (8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne la Memoria Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena.[25] Il Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso, si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu, com'egli stesso ebbe a dire, un angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto nelle sue tristi fortune.
A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.
La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan loro.
A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato salvava la vita al Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre, il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed alte parole il discorso Sullo stile poetico del marchese di Montrone: gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia, di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore di quanto non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno; e sperava ch'egli avrebbe gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi; varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita, biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari, il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'ordine, perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que' signori, che sempre l'ebbero quale amico.»
Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento musicale scrisse parecchio: l'Elogio di Matteo Babini suo maestro di canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato più tardi dal Nobili: il discorso Su la musica rossiniana e sul suo autore, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de l'Accademia filarmonica bolognese.
Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali l'Abbreviatore e il Caffè di Petronio. In questo (anno 1825, ni 17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese; li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani. L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari; e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna, consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]
Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura, benchè il Giordani prevedesse che con quella placida fantasia non sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni, Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno, ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle, e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile, era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi. Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro; inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo; e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta, nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze, d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono, restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna, degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e nobiltà di sentimento.
Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia, era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed Elena di Lafontaine.