***

Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona, quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti. Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni Ad Angelo MaiPer una donna malata (intitolata anche altrimenti: Sopra malattia di una donna poi guarita) — Sullo strazio di una giovane (altrimenti intitolata: Sopra una donna morta col suo portato); cui, per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due canzoni già pubblicate a Roma: All'Italia e Sul monumento di Dante. Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici, prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié, esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso. Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione, che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure voleva saperne de la canzone Sullo strazio, perchè «s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso «che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene finalmente che venga data a la luce la sola canzone Ad Angelo Mai, inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;» e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta, che nel Parini scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.»

Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica provò il pauroso conte Trissino; invero la Canzone si ricollega a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre, perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà di lui, che per trovar il modo di assicurare la sua famiglia della necessaria sussistenza, ciò che gli lacerava il cuore, avvilito de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i mezzi di risorsa, a cercar i quali s'era tormentato il cervello, cedette a provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di tutte le altre delusioni.

Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita, al grande e al raro, abbia pur nome di follia.

***

Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna, gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte di quelle accoglienze allegre, senza diplomazie, di quelle gran carezze, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran fatica e convenienti al suo ingegno.

Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima sua: voleva ancora toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer (lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di lei, specie in quei giorni non lieti, sventrati da le noiose lezioni al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti, e qualche consiglio pel periodico Il Caffè di Petronio, giornale di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne) gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna. Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno, egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso. Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo componesse questa sciarada: Uccide il primiero — Uccide il secondo — Uccide l'intero. — Amore.

Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente, seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo, certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi ottuagenaria.

Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato rivedere il Modenese, come un figlio desidera rivedere il padre, e di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la bella Brighenti.

Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che, quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così, quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani, pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile, dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli di lei con gelosa premura.