Chè la sera la Brighenti
Tutto quanto fa scordar.
Andata a cantar l'Anna Bolena a l'Alfieri di Firenze nel novembre del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.
Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani, che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva di sapere ogni suo successo e di onore e di lucro, le scriveva a Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la Norma: «Al suo apparire, scrive il Censore universale dei Teatri (4 febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il carattere de l'Anna Bolena, me l'aveva già dipinta con i più vivi e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per rappresentarvi quello di Norma, si mostra più trasportato ancora di quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili, la forza drammatica.
A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando, nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi li meritava.
Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego; ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e, certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio, a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza (gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne l'Uggero il Danese di Mercadante e ne la Semiramide di Rossini, e le sue note che brillavano, volavano, accentate e colorite, il buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie noto un Sonetto di Un plaudente, un'Ode, probabilmente del Cagnoli, un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di Prospero Viani, cui egli accenna ne l'Appendice a l'Epistolario leopardiano:
Alta è la notte: il pallido
Raggio di Cinzia un pio
Nell'alma infonde incognito
Di meditar desio,