Oh come ancor mi suonano

Que' mesti accenti in cor!

A Ravenna la Brighenti cantò la Semiramide e i Normanni a Parigi, a Genova nel teatro Carlo Felice l'Elisa e Claudio di Mercadante, e la Nina pazza per amore del maestro Coppola; a Vicenza ancora la Nina, la Chiara di Rosemberg e la Norma, facendo notare come le parti ricche di sentimento e di drammaticità le convenissero fra tutte.

Nel luglio del 1836 era già a Lisbona, ove trovava morali e materiali compensi, che la confortavano de la lontananza da la patria e da la madre; la sorella e il padre erano sempre con lei. Vi diede l'Otello di Rossini, poi andò ad Oporto e, quantunque assai affaticata, dovunque fece trionfare l'arte italiana. Dal Portogallo passò in Ispagna, a Madrid, dove cantò la Straniera; quel pubblico che vi aveva udite ne la parte d'Alaide la Tosi e la Lalande e che allora era entusiasta della De Alberti rimase freddo da prima per la Brighenti, ma la freddezza cominciò a dileguarsi al duetto di lei con Pasini calorosamente applaudito, e sparì a la commovente ultima scena, eseguita con rara potenza drammatica. Tuttavia ne le prime sere non si poteva dire che ella avesse conquistato l'uditorio; piacque di rappresentazione in rappresentazione sempre più: poi ne la Donna del lago trionfò pienamente, ed applausi, fiori, versi piovvero su di lei, divenuta l'idolo del teatro.

L'artista era soddisfatta, ma la donna soffriva; il 1º luglio 1837 ella riceveva da Paolina il doloroso annunzio de la morte di Giacomo: «Oh! piangiamo insieme, amici miei, le scriveva fra l'altro la Leopardi, piangiamo insieme, chè abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il nostro amico, nè lo rivedremo più in questo mondo, dopo tanta speranza, dopo tanto desiderio.» Marianna sofferse acerbamente a la funesta notizia e cercò di dare con le proprie lacrime un conforto a l'amica sua.

Sempre applaudita, era tuttavia vivamente desiderosa di ritornarsene, sì che, quantunque avesse formato il progetto di andare in America, nel giugno del 1838, lieta come non era stata mai fra gli applausi e gli onori, rivedeva l'Italia e riabbracciava la madre. Tornava stanchissima, sofferente ne la salute per le fatiche durate, sconsolata da nuove delusioni, che avevan ferito profondamente il suo cuore, annoiata dei viaggi e persino dei trionfi, e dopo aver cantato ancora a Pavia nel novembre del 1838 e a Vicenza, sentendo la necessità di pace e di riposo, prendeva in affitto un villino a Campiglio, poco lungi da Modena, e là, nel luogo amenissimo e tutto tranquillo, si sentiva rinascere, viveva tutta nei dolci pensieri e nei cari ricordi. La sera al chiaro di luna, assorta ne la dolcezza de' suoi sogni, se ne andava sola a diporto tra i boschetti, o lungo le sponde del Panaro, e tutta la vita passata le pareva un sogno, un sogno agitato e doloroso, di cui il ricordo le faceva, pel contrasto, parer più cara la pace di quei suoi giorni solitari e quieti. Di teatro non voleva sentir parlare, tanto più che il suo petto gracile non era in grado di venir ancora affaticato senza pericolo; più d'una volta le disgraziate condizioni de la famiglia la costrinsero a ripensarvi, ma non cantò che in un'accademia, datasi a Modena l'8 decembre 1839. Anche in quest'occasione la Brighenti ricevette non dubbie prove d'ammirazione; la sua voce, non più vigorosa, era però dolcissima e gradevole, atta ad eseguire con bravura i passi d'agilità.

Marianna, lasciato il teatro, passava parte de l'anno a Forlì col padre. Ne la primavera del 1840, quantunque infermiccia, quantunque afflitta da mille travagli, fra cui non ultimo una lite impresa da l'avvocato per rivendicare una parte del patrimonio paterno; quantunque agitata da le speranze, dai timori di una nuova passione, ella chiedeva notizie di quanto veniva scrivendosi intorno a Giacomo. L'avveduta Paolina l'avvertiva di non abbandonarsi al nuovo amore che un Forlivese aveva destato in lei, tenera e immaginosa, in lei che aveva sempre veduto negli uomini piuttosto le proprie qualità che i loro difetti. «Stai in guardia più che puoi, e Ninì ti consoli e ti consigli, essa che ha la mente fredda e il cuore pieno di amore per te. Oh! non fidarti degli uomini, Marianna mia, non è questo tempo per anime come le nostre. Divagati, fa ritratti (ma non già il suo), allontana il pensiero di lui quanto puoi, e parti presto da Forlì; io voglio saperti consolata e désillusionnée.» (Lettera.... aprile 1840.) Ed Anna, che, amata prima fra gli altri dal poeta Antonio Peretti, il quale le scriveva tenerissime lettere firmandosi Menestrello, abbandonata poi da lui, se ne consolava con un poeta migliore, il Petrarca, era la miglior confidente e la più allegra consigliera de la sorella, la quale però quei consigli ascoltava, sorridendo, senza saperli seguire. Ne la primavera del 1840 era malata a Forlì di debolezza ai bronchi e il medico le dichiarava impossibile il ritorno al teatro, risparmiandole così il tormento dei vecchi grandi artisti, che su le scene assistono a la lenta morte de la loro fama e vedono il pubblico, il quale prima li adorava, indifferente, poi schernitore. Nè la speranza di una non meschina eredità valeva a ridarle animo; nè il fidanzamento d'Anna con un tal Virgilio (1831), nè le amabilità de la principessa Aldegonda de la casa ducale di Modena, città dove i Brighenti si trovavano ne l'inverno del 1842, riuscivan a richiamare più che un malinconico sorriso su le sue labbra. Come appare da una lettera del Giordani (24 luglio 1841), Marianna aveva il progetto di dar lezione di canto, ma la sua non buona salute e i continui cambiamenti di dimora ne rendevano difficile l'esecuzione. Il suo maggior conforto consisteva ormai nel prestar teneramente le sue cure al padre, che una parte de l'anno la voleva seco a Forlì, e nel ricrearsi lo spirito in dotte e gentili compagnie, fra le quali carissima le era quella del Giordani, il quale nell'agosto del 1842 trovandosi a Forlì con un amico, le parlava lungamente di Giacomo Leopardi, de le ingiuste accuse mosse a la memoria di quel Grande e del culto sempre maggiore di cui questa memoria era oggetto pei sinceri ammiratori del genio e de la virtù.

Il 16 novembre 1843 moriva Maria, o Marina Galvani-Brighenti, l'adorata sposa de l'avvocato, l'angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto della famiglia. Era nata in Modena il 3 gennaio 1773. «Ebbe da natura ingegno pronto e vivace con robustezza di mente e di corpo, che la resero superiore al suo sesso. Ebbe istruzione non comune, costanza nelle avversità; religione purissima, sviscerato amore de' suoi. Fu studiosa delle amene Lettere e della storia, sostenne con forte animo lunga e dolorosa infermità; incontrò l'ultimo fine con imperturbata e santa rassegnazione;»[35] così ne fu scritto da la famiglia.

Marianna, che aveva sempre teneramente amata la madre, riverendone le modeste e casalinghe virtù, ne scriveva col cuore commosso una breve biografia in una lettera a Paolina, la quale poi la ringraziava d'averle fatto così conoscere e meglio stimare quella buona. La povera Marianna era afflitta da sempre nuovi dolori, che aggravavano la tristezza derivante da la poca salute, da le cattive condizioni economiche e da la scarsissima speranza di miglioramento nell'una cosa e nell'altra. Tuttavia pensava sempre affettuosamente al grande amico de la sua giovinezza, Giacomo Leopardi, e presentava con una lettera a Paolina, facendone grandissimi elogi, Prospero Viani, diligente cultore degli studi leopardiani. Era già l'estate del 1845 e per la prima volta in una lettera a l'amica, lettera che disgraziatamente è perduta, Marianna confidava il puro e tenero amore che Giacomo aveva avuto per lei; confidenza accolta con piacere da Paolina, la quale rispondeva: «non è possibile che si accresca l'affezione mia per te; ma se lo potesse, certo accadrebbe dopo che mi hai detto che il nostro Giacomo ti prediligeva. E già io me ne avvedeva dalle sue parole e non ricordo, ma forse avrò fatta a lui anch'io la domanda sacrementelle: ne eri innamorato?» (Vedi Lettera XCII, 1º agosto 1845, nel volume citato di E. Costa.)

Pietro Brighenti, che nel 1846 era stato da Pio IX nominato giudice supplente a Forlì e aveva tenuto l'ufficio sette mesi in assenza del titolare, mentre sperava un impiego più sicuro, non accorgendosi quasi che la sua vita andava spegnendosi lentamente, spirò a Forlì, assistito da la figlia Anna, mentre Marianna era a Modena; ambedue le sorelle sentirono allora che niun più grave colpo avrebbe potuto ormai portar loro la sorte.