Nella sua biografia del padre che, come notammo, è ora conservata autografa nel Museo del Risorgimento in Modena, Marianna scrive: «Non puossi, nè debbesi tacere de l'amorosa assistenza che essa (Anna) gli fece nei tre mesi della sua malattia, non che della forza d'animo che dimostrò nel giorno 2 agosto, dodici ore avanti la di lui morte, in cui veggendolo afflitto per non ricevere lettere dalla figlia assente (erano allora pressocchè intercette le comunicazioni per la guerra tra Austriaci e Bolognesi), ritirossi un breve istante dalla camera e vi rientrò con una lettera in mano, che figurò scritta dalla sorella e con l'angoscia più disperante nell'animo, ma a ciglio asciutto e con voce ferma la lesse al letto del moribondo e con questo gli ultimi istanti ancora della vita gli consolò.» La biografia, dedicata a S. A. la Principessa Federica Hohenzollern Sigmaringen Marchesa Pepoli, è tutta inspirata da sensi di sincera venerazione e d'affetto.

Dopo un inutile tentativo, fatto non si sa bene a quale scopo presso la Corte modenese, dove ottenne buone parole, molte gentilezze e null'altro, Marianna stette qualche tempo in Bologna quale istitutrice in casa del conte Pepoli; uscitane, insieme a la sorella pensò di stabilirsi a Modena, dove ambidue dettero lezioni private e apersero un istituto femminile, che su le prime parve dare buon compenso morale e materiale a le loro non poche fatiche. Ambedue, e più Marianna, che aveva doti di mente e di cuore più adatte al grande ufficio di educatrice, si erano accinte a l'impresa con vivo amore e con sincero entusiasmo, ed alcuni saggi pubblici che fecero dare a le alunne ebbero l'approvazione di persone autorevoli; ma qui pure le aspettavano delusioni e dolori, così che nel 1865 la povera Marianna confessava a Paolina d'esser rimasta abbandonata da molte alunne, le quali non le avevano nè pure concesso il conforto de la loro riconoscenza e di quel rispetto che sarebbe stato così caro al suo cuore. In generale però i genitori e i parenti de le sue scolare si lodavano de l'opera sua, cosa che le dava una consolazione almeno, quella di provarle che la sua coscienza non l'ingannava, asserendole non aver ella mancato mai al suo dovere. Si occupava sempre con amore di studi e prediligeva la poesia: in una lettera, il cugino Francesco Galvani le parla dei romanzi di Walter Scott, di cui avevano conversato lungamente a voce; l'altro cugino G. Galvani pure in una lettera le parla di studi e le manda un Petrarca da lei richiestogli.

La pietosa venerazione inspirata da le virtù e da le sventure di Marianna Brighenti era tanta che, per non amareggiare troppo lei e sua sorella, si ricoperse di un velo indulgente quanto di men che bello si veniva scoprendo ne la vita del loro padre. Il marchese Gualterio nel suo libro su Gli ultimi rivolgimenti italiani (Firenze, Le Monnier, 1851), cercò di scusare il Brighenti che, da certi documenti venuti in luce, appariva delatore, immaginando che alcuno abusasse de la buona fede di lui, libraio ed editore, facendogli recapitare, a qualche secreto agente, come lettere, le proprie rivelazioni a la polizia austriaca.

Gli ultimi anni di Marianna passarono in una condizione meschinissima, da le angustie de la quale la sollevava talvolta il generoso soccorso de le anime buone, fra le quali va annoverata Paolina Leopardi.

Con umiltà, ma con dignità, le Brighenti invocavano aiuto: vidi una minuta di una loro supplica a una nobilissima signora, già loro amica, in cui tra il dolore de le strettezze e de l'abbandono in cui si trovavano, traspare la degna alterezza di non aver meritate le loro sventure e di sentirsi oneste.

Chi ne le due povere vecchie, miseramente vestite, dal viso pallido, ove le rughe denotavano una lunga istoria di patimenti e di dolori, avrebbe riconosciuto l'ammirata Imogene d'un tempo, splendida nel fastoso abbigliamento, ne lo scintillío dei gioielli e più di tutto ne la luce de la sua gioventù e de la sua bellezza? e la spiritosa Anna, gioia e tormento di tutti i damerini eleganti, e arcadico sospiro dei poeti? Anna morì l'11 aprile 1881 a settantacinque anni, e Marianna le sopravvisse sino al 31 gennaio 1883, tutta assorta ne le sue memorie. Quella vecchia, quasi ottuagenaria, nei suoi bei giorni aveva contato a migliaia gli ammiratori, a diecine gl'innamorati: Agostino Gagnoli e Antonio Peretti eran stati entusiasti di lei; il primo le aveva dedicato un tenero sonetto, ed in versi pure, fra i molti altri, l'aveva esaltata, come si disse, anche Prospero Viani (1835); ma nell'abbandono de la sua tarda età, ad uno ella pensava con maggior tenerezza, ad uno ch'ella non aveva amato d'amore, ma di cui un'unica lettera serbava con cura e rileggeva commossa, ella che di lettere, di versi, d'omaggi a lei rivolti aveva così gran numero; questi rimasero fra le sue carte, testimoni de l'ammirazione che ella aveva destata, ma quella lettera, invano chiesta e richiesta con istanza dal Viani, scomparve: Marianna, scendendo nella tomba, volle forse portar seco il secreto de le ardenti parole che Giacomo Leopardi aveva scritte un giorno per lei sola.

La meschina eredità di lei passò a una misera sua cugina, Luigia Montavoce di Gualtieri, che non seppe come fra quei poveri oggetti e quei cenci vi fossero carte preziose, autografi del Giordani, del Leopardi, del Pepoli, del Rosini, del Cagnoli, di Paolina Leopardi, di Carolina Ungher, del Mari, del Peretti, del Viani ec.

Stretta dal bisogno, la poveretta vendette quelle carte a un tabaccaio, che le distrusse quasi tutte; per caso furon salve, insieme ad alcune lettere del Giordani e di Monaldo Leopardi, e a tutte quelle di Paolina, le quali pubblicate da Emilio Costa valsero a sollevare il velo che nascondeva in gran parte agli occhi dei posteri le gentili figure de le Brighenti e de la Leopardi.

Povera Marianna! Ben più lacrime che sorrisi ebbe la vita per lei, a la sua corona di donna e d'artista poche rose furon intrecciate fra le spine pungenti; ma le sue sventure nobilmente sopportate accrescono la simpatia che le guadagna il suo cuore gentile, ed ella rimane una de le rare creature femminili per le quali, se pure non corrisposto, non ci appare vano l'amore di Giacomo Leopardi.

NOTE.