Italia mia, benchè il parlar sia indarno.
Qui finisce il canto quarto.
Gualfredo Tedesco (il Guarnieri de la storia), sceso in Italia con molte milizie, riceve da Cerrettieri gli ordini del duca. Buondelmonte a Felsina si tien da prima celato e con dodici ribaldi assale di notte Averardo, che intrepido difendendosi li fuga. Fallito questo colpo, il traditore tenta la calunnia e incita contro il Medici due valorosi cavalieri, venuti da lungi per giostrare e sempre vinti da l'eroe toscano ch'essi corrono a sfidare su la piazza, dando origine a un tumulto, tosto sedato dal Pepoli. Averardo, che s'è innamorato di Fannetta da Romanino, sentendo ch'essa s'appresta a tornare in Francia, va a salutarla, le rivela il suo amore, ne ottiene dolci parole e incitamento a difender la patria. Cessate le feste, Buondelmonte s'annuncia al Pepoli come ambasciatore del duca, e quegli, benchè spaventato da un sogno infernale, non perde la calma, convoca il Consiglio, dinanzi al quale ode la richiesta che si uccida o si consegni Averardo; di che sdegnato, caccia l'ambasciatore, ma in segno del suo desiderio di pace decreta che il Medici debba partire del pari. Qui finisce il canto quinto; ma segretamente gli offre duecento cavalieri, che faran sembiante di seguirlo per proprio volere e che durante il viaggio sono atterriti da lo spettro di Adolfo de' Panici, annunziante orrende vendette. Buondelmonte rapidissimo va da Gualfredo, che ha ricevuto una forte somma dai Bolognesi per lasciarli in pace, e lo persuade a mandare un capitano con mille barbute contro Averardo e i suoi. Ne lo scontro una fiamma celeste, che lambe gli elmi ai seguaci de l'eroe e va a cadere sui masnadieri, anima il prode toscano, il quale, ucciso il condottiero nemico, ne pone le schiere in fuga; ma, mentre con le poche forze che gli restano vuol ridursi in salvo, sopraggiunge, avvertito de la disfatta dei suoi, Gualfredo, che con un colpo de la sua asta ferisce il cavallo del Medici, da la bestia inalberata precipitato in un fiume. A tal vista l'Adimari già ferito cade a terra privo di sensi e i Tedeschi si allontanano: Averardo semivivo è portato da un'onda su di un dirupo, e qui finisce il canto sesto.
Un miracoloso arco di luce gl'illumina la via e gli permette di trascinarsi fin poco lungi da un convento, dove è raccolto e curato. Buondelmonte, credendolo morto, ne reca la notizia a Firenze, causa al popolo di pianto, di gioia al tiranno, che si abbandona a le vendette e, sicuro ormai, licenzia le armi assoldate.
L'eroe convalescente ha una visione in cui Dante gli fa ammirare una fantastica allegoria del creato, gli predice la sua missione di liberar la patria, lo conduce dinanzi a una splendidissima apparizione de la Sapienza e qui finisce il canto settimo.
Partito da l'Eremo, Averardo, come gli fu predetto, trova nel bosco un'armatura d'oro, che fu di Cosimo il Pio, ed è salutato da una pastorella, che si muta in fulgente immagine de la Vittoria e dispare.
L'eroe vede in una capanna l'amico Betton de' Cini, stato orribilmente martoriato da Gualtieri e moribondo presso la figlia, che, fatto il triste racconto de le loro sventure, spira uccisa dal dolore; il Cini, porgendo un'asta, impone la vendetta a l'amico, il quale manda un pastorello con una sua ben nota armilla a l'arcivescovo, perchè a quel segno lo sappia vivo. Ma il messo è preso e posto anch'egli in fin di vita dai tormenti del tiranno, furibondo nel sapere il Medici a le porte. Un operaio ne l'accomodare l'orologio de la torre, ove il pastore è stato gittato agonizzante, ode il secreto del sopraggiungere di Averardo e ne sparge la novella ne la città, che si leva a tumulto, commossa soprattutto da la voce de l'Adimari, il quale poi, per stornare dal popolo l'ira del duca, si dà prigioniero a questo. E qui finisce il canto ottavo.
Mentre Satana, giunto in soccorso di Gualtieri, è ricacciato ne l'inferno da san Giovanni Battista, sopravviene il Medici; tutta Firenze è in armi, dovunque si combatte, ed il popolo trionfa, costringendo infine il duca, lungamente assediato nel suo palazzo, ad arrendersi e cacciandolo da la Toscana, tornata in libertà.
Una de le scene più belle e che ci danno più chiara idea de la dignità e de la dolcezza con cui la Malvezzi sentiva l'amore, è quella in cui Averardo va a salutare Fannetta; la trova, mentre sta ornandosi del velo il quale cade ondeggiando su l'aurea vesta trapunta e sparsa di fiori,
. . . . . . . . Allor che il vide