E con occhi di pianto e di pietate,

In atto d'amorosa grazia adorno,

Dal luogo ov'era, con real contegno

Rimossa, dipartissi.

Quest'episodio mi pare pregevolissimo per finezza poetica e per delicatezza d'affetti. Tutto il poemetto rivela una profonda venerazione pei grandi poeti, un sincero e non timido amor di patria; è bene architettato, condotto secondo l'imitazione dei modelli classici di cui vi si trovano numerosissime reminiscenze, ricco pure di belle trovate, come quelle che introducono a popolarne la scena le grandi figure storiche del Petrarca, del Boccaccio, di Giotto; soverchia parte vi si dà forse al soprannaturale di carattere biblico, che non bene si accorda con l'epoca storica; anche l'amore di Averardo, quantunque dia origine ad uno dei migliori episodi, non è forse conveniente a l'efficacia de l'insieme. Altro ancora si potrebbe osservare, ma bisognerebbe pur sempre convenire che il poemetto è opera d'ingegno e di cuore tutt'altro che volgare. A la studiosa contessa non si lesinarono lodi ed onori: nel 1822 le venne offerto il diploma de l'Accademia Felsinea, nel 1823 quello de l'Accademia degli Enteleti in San Miniato di Toscana; nel 1824 quello d'Arcadia, nel 1826 quello de l'Accademia Tiberina, nel 1827 quello de l'Accademia latina, nel 1828 quello de l'Accademia dei Filergiti di Forlì. Lo Stella nel 1829 le chiedeva il suo ritratto, l'elenco de' suoi scritti pubblicati e qualche cenno su quelli cui attendeva, per la collezione da lui intrapresa dei Ritratti delle donne europee viventi chiare nelle scienze, nelle lettere, nelle arti belle, collezione di cui la parte letteraria doveva venir affidata ad ottimi scrittori ed i ritratti essere eseguiti da Camilla Guiscardi. (Nell'archivio Malvezzi si conservano le tre lettere 20 marzo, 10 aprile, 9 maggio scritte a questo proposito da Luigi Stella a la contessa.) Questi onori lasciarono la Malvezzi semplice e modesta, e di essi ella diceva: «Gli onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' a dentro, piace più assai il meritarli che non l'ottenerli; come piace assai più l'essere che il parere.»[38]

La contessa Teresa amava vivamente il marito e il figliuolo; e quantunque coltivasse gli studi con molto piacere e trovasse un vivo compiacimento ne le dotte conversazioni, serbava la miglior parte di sè a la famiglia: sincera ne la fede religiosa, era di un'austera severità di costumi e, veramente donna ne la tenerezza e ne le abitudini, insieme ai libri amava i lavori femminili, orgogliosa di mostrarsi in quelli assai valente. La sua austerità non escludeva però quella femminile indulgenza, che è forse la miglior prova de la virtù sincera, scevra di ostentazione e d'orgoglio; tale invero doveva conoscerla Paolo Costa, suo intimo, se le scriveva: «..... La nostra Guiccioli ha saputo ieri la nuova funesta della morte del poeta Byron. Ella si duole di questa cosa, ma con dignità. Se Madonna Laura, che amò un canonico, trovò pietà ne' posteri, spero che questa, cui oggi non si perdona d'aver amato un luterano e filosofo, andrà almeno non vituperata, non derisa nel tempo avvenire. Noi certo non ci vergogneremo di compiangerla anche al dì d'oggi.»

***

La Malvezzi aveva circa trentanove anni quando conobbe il Leopardi, allora ventisettenne; se le mancava ormai la freschezza de la gioventù, era sempre bella per l'espressione intelligente de la fronte candida sotto i biondi capelli, per lo sguardo vivace ed aperto e soprattutto piacente, per la graziosa eleganza del portamento e dei modi, per lo spirito e le attrattive de la conversazione, ch'ella sapeva sostenere con amabilità femminile, anche sopra argomenti seri. Ne la sua maturità dignitosa, ella trovava quella calma dolcezza che non ha la gioventù; si teneva libera di ricercare le conversazioni più gradite, le più intime amicizie anche con uomini, e, naturalmente franca, aveva ne le parole e nel fare qualche cosa di sincero e di spigliato che la faceva riuscire amabile quant'altra mai. Avrebbe potuto dire, come argutamente Madame de Sévigné: «Jeunesse et printemps ce n'est que vert, et toujours vert; mais nous, les gens de l'automne, nous sommes de toutes les couleurs.» Nel suo salotto ella esercitava una specie di sovranità gentile; incoraggiato dal suo sorriso, tutto grazia, tutto anima, il Leopardi, riservatissimo, ritrovava un mite coraggio, una franca parola, e la conversazione diveniva profonda senza pedanteria nè ostentazione: egli vi portava la luce del suo intelletto, ella la dolcezza del suo cuore di donna; spesso in uno sguardo s'intendevano senza parlare. Ella doveva riuscir simpaticissima al Leopardi tanto sdegnoso e tanto annoiato de le Recanatesi, che avevano poco più, o piuttosto un poco meno di quel che portavano nascendo da la natura; e a proposito de le quali egli diceva che a Recanati le Grazie non erano state mai nè pure di sfuggita a l'osteria; doveva apparirgli cara e interessante la sua conversazione, specialmente a confronto di quella cui era abituato ne la società del suo paese, società che per buona lingua non intendeva che qualche brava lingua di porco, società di devoti amanti di libri da far stomaco, dov'era un letteratone quel tale che toscaneggiava solo con l'e', cui immancabilmente il mi pare faceva da lacchè, e che, sentendo qualificare il proprio stile di squisito, rispondeva con modestia che lo stile del cinquecento è un bello stile.

Quanto diversa la Malvezzi, che veniva giudicata ed era in realtà una de le più colte donne del suo tempo! Salvatore Betti (10 dicembre 1835) le scriveva così:

«Se alcuno mi chiedesse: Qual è la donna che nel secol presente rendesi più benemerita de' gravi studi dei classici? Io risponderei subito: La contessa Malvezzi. E veramente non vedo chi altra poterle paragonare: chè là dove nelle eleganze ci ritrae tutto l'oro che fece bello il trecento ed il cinquecento, nella profondità della dottrina ci fa rivivere quella divina Cassandra Fedele, che decus Italiæ fu salutata dal Poliziano. Di che pensi ella se mi congratuli con questa comune patria: la quale avendo più che mai bisogno di esempi splendidissimi di vero senno italiano, può mirabilmente specchiarsi in questo gran lume del gentil sesso. Ma venendo alla novella opera che ha voluto tradurre di Cicerone, a quella cioè De finibus, le dirò che la vo leggendo con infinito diletto..... Oh la degna, oh la saggia, oh la critica traduzione di che ella ha regalato le nostre lettere! Per non parlar qui della chiarezza ed eleganza dello stile, e della tulliana pienezza e dignità del periodo: perchè queste son doti che tutti trovano sempre ne' magistrali scritti della contessa Malvezzi.»