Scesero con lui nelle stanze del decano, zio Pietro, che li abbracciò, piangendo di tenerezza e, ricordando l'opposizione sua al matrimonio:

— Il Diavolo — disse — mi aveva preso per i capelli, anzi per la perrucca, chè di capelli non ne ho più, — ed egli pure li pregò di restare.

Adelaide stringeva forte il braccio di Monaldo per indurlo ad acconsentire, egli interpretava invece quella timida preghiera come incitamento a non cedere e insisteva per partire; per troncare gl'indugi, lo zio Ettore senz'altro se ne andò da gli Antici ad annunziare che la pace era fatta, e ordinò di riporre i cavalli nelle stalle e la carrozza nella rimessa. Intanto Monaldo aveva avuto agio di conoscere il desiderio della sposa ed egli pure di buon grado, saputo di non far dispiacere a lei, acconsentì a rinunziare al viaggio. La riconciliazione fu sincera e la nuova contessa Leopardi visse poi sempre in perfetta armonia coi congiunti, amandoli ed essendone ricambiata d'affetto vero.

Educata severamente, Adelaide, prima del suo matrimonio, aveva passato la vita fra la casa e la chiesa, e quantunque il suo spirito, naturalmente vigoroso, fosse nato piuttosto per comandare che per obbedire, per forza di virtù e di consuetudine ella si era fatta mite, obbediente, modesta. Religiosissima, poneva innanzi a tutti gli altri i suoi doveri di donna cattolica, ma la sua non era la fede che riscalda il cuore e lo apre ai più divini affetti de l'indulgenza e de la carità, la fede che mantiene nell'anima un'alta serenità ed insegna ad amare; la sua era una fede rigida, tirannica e benchè, con la potenza della religione sincera, le desse forza e conforto nei più dolorosi momenti della sua vita, diveniva non di rado un tormento per lei e per chi le stava dintorno. Questa donna ultrarigorista, vero eccesso di perfezione cristiana,[2] per quel poco che si permetteva di pensare con la sua mente, ch'era tuttavia una mente aperta, ferma, acuta, andava in tutto d'accordo nelle idee col conte suo marito; anch'ella, come lui, era ciecamente ligia al passato; anche in lei i racconti dei profughi francesi capitati nelle Marche avevano inspirato il terrore, anzi l'orrore della rivoluzione. Ella e Monaldo del pari avevano accolte le convinzioni della famiglia, degli amici, della società aristocratica e clericalissima in cui vivevano; tutt'e due avevano alto concetto della propria casa; solo Monaldo pensava che a sostenerne il decoro occorresse lo sfarzo di una vita opulenta; ella avrebbe preferito un solido patrimonio, come quello della sua casa paterna. Rimasto orfano di padre, da bambino, Monaldo aveva ottenuto a diciott'anni dal governo pontificio l'amministrazione del suo patrimonio, e, quando s'ammogliò, aveva già sperperato somme non lievi, credendo di seguir così degnamente le tradizioni di famiglia e l'esempio dello zio marchese Mosca, principescamente generoso. Nel 1796 aveva speso mille scudi nell'armare, stipendiare e fornir di cavalli un milite per aderir all'appello di Pio VI ai sudditi contro i Francesi; nello stesso anno un trattato di matrimonio con la nobile Diana Zambeccari di Bologna, trattato ch'egli prima accettò e poi non volle più conchiudere in nessun modo, gli costò tanto, che i danni derivatine furono calcolati da lui ventimila scudi. Nel 1801 fece risorgere l'Accademia dei Disuguali, l'accolse in casa sua e ne sostenne le spese; nel 1802 si obbligò per cinquecento scudi in favore di un suo nemico.

Nel 1797 anche nelle Marche si accese la rivoluzione e in Recanati fu instituita una repubblica affatto democratica, che abolì la nobiltà e i suoi titoli e privilegi, e di questo e delle ruberie dei Francesi il conte Monaldo mostrò così vivamente e apertamente lo sdegno, che dal comandante della colonna francese, un tal Contavice, fu condannato a morte. Denari e amicizie autorevoli riuscirono a salvarlo, e questo suo pericolo fu potuto nascondere a la contessa incinta, che però poco di poi vide il marito arrestato e dovette passare giorni di orribile agitazione e di pianto. Dopo questo periodo di pene e di tristezze le sale del palazzo Leopardi, che già erano state liete nello splendore della vita fastosamente signorile, amata dal giovane Monaldo, e nelle gioviali compagnie raccolte intorno a la sposa, ritornarono lietissime, chè gaie voci infantili vennero a ridestarne gli echi.

Nel 1798 nasceva il primogenito, cui, come era di prammatica da secoli nella famiglia, venne posto il nome di Giacomo. Le inquietudini provate dalla sposa influirono dannosamente su la salute del bambino, che nacque delicato e gracile, benchè apparentemente sano e senza alcun difetto; un anno dopo veniva al mondo Carlo e un altr'anno di poi Paolina.

Par che la voce del suo primo nato risvegli in ogni donna un'anima nuova, l'anima della madre, un ignoto tesoro di amore, d'indulgenza, di sacrificio, un'anima pura ed elevata anche nelle donne che meno sono tali, un'anima che vive tutta nell'intensità del più caldo affetto umano. Ma quest'anima non si destò nella contessa Adelaide, che non conobbe le carezze infantili, la divina poesia per cui la madre sente il figlio vivere ancora della sua vita; forse un amore troppo ardente ed espansivo non poteva accordarsi col rigore della sua fede; ella rimase la stessa, irriprovevole nelle premure solerti per i suoi piccini, ma senza calore, senza spontaneità di tenerezza, come se di tutti i suoi atti la ragione soltanto fosse il movente e il dovere la guida. Questa l'apparenza; ma chi può indovinare il secreto dei cuori, chi può dirci se quella sua fredda ritenutezza fosse un dovere ch'ella imponesse a sè medesima, o una naturale disposizione dell'anima?

Vi hanno caratteri che, pur possedendo poche virtù, sono apprezzati, anzi ammirati, perchè quelle loro virtù sono appariscenti ed amabili, e d'ordinario gli uomini si accontentano di ciò che piace, senza indagare oltre; come questi caratteri vengon d'ordinario giudicati migliori di quel che sono in realtà, così altri ve n'hanno che son creduti peggiori che non siano per l'opposta ragione: le loro virtù son nascoste, i difetti palesi, e questi e quelle, inamabili, allontanano i cuori piuttosto che attirarli. Tale era Adelaide. Certo la prodigalità di Monaldo era un difetto, l'economia di lei, in tesi generale almeno, una virtù; ma gli è facile comprendere come, a quasi tutti, quella virtù dovesse riuscir incresciosa, quanto simpatico questo difetto. Così la sua ritenutezza la fece credere forse assai meno sensitiva che non fosse in realtà.

La sventura temprò ben presto il vigoroso carattere di lei, come il fuoco tempra una buona lama: riusciva ormai impossibile chiuder gli occhi a la rovina imminente del patrimonio, già carico di debiti, pei quali certi creditori usurai giungevano a pretendere il ventiquattro per cento d'interesse. La contessa, rimasta da prima estranea a l'amministrazione, non tardò a convincersi che una mano di ferro doveva sostituirsi a la debole mano di Monaldo nel governo de la famiglia per salvar questa, e decise che quella mano di ferro sarebbe la sua, bianca mano di donna, ma rigida e ferma quant'altra mai. A questo compito ella s'accinse con una saldezza di propositi, uno spirito di sacrificio ed un'energia, quali ben difficilmente si troverebbero in una giovane e bella dama. La vita della famiglia cambiò interamente, benchè nulla fosse tolto agli agi consueti: tavola abbondante, carrozza, cavalli; ma dov'era possibile senza disagio, al lusso fu sostituita la più stretta economia, la quale divenne legge inesorabile per tutti della casa e prima di tutti la stessa Adelaide. Ella vendette subito una parte de' suoi gioielli e più tardi i rimanenti; conservò solo, ricordo d'un tempo lieto, un anello di brillanti, che rimase come un oggetto sacro nella famiglia, così che Carlo volle metterlo nel dito della sua seconda moglie, Teresa Teja, il giorno delle nozze.

D'allora in poi la contessa non portò che ornamenti d'un valore insignificante, fra i quali un finimento di coralli; vestì modestamente, seguendo la moda della rivoluzione francese; ma, invece delle basse scollature del vestire a la ghigliottina, portò sempre una larga cravatta, che le fasciava a più giri il collo fin sotto il mento. Le rade volte in cui usciva di casa, se d'inverno, si avvolgeva in un'ampia pelliccia di martora, che, nella sua immutabile ricchezza, conciliava con l'economia quel decoro de l'abito, cui Monaldo teneva tanto; se d'estate, portava in testa «un cappello colossale di paglia» che, mentr'ella stava in carrozza, «salutava per lei.»[3] Il compito ch'ella si era fissato non consisteva soltanto nella salvezza del patrimonio, nella ricchezza futura di casa Leopardi, ma anzitutto nel mantenere l'avita intatta fama di probità, l'onore del nome; e perciò a punto ella intese subito a far un concordato coi creditori, concordato reso men difficile dal papa, che impose certi limiti a gli usurai, detraendo quella parte che rappresentava il frutto d'un'ingorda usura da la somma del debito, il quale in quarant'anni doveva essere gradualmente estinto. Interdetto Monaldo, la casa dipese da l'autorità assoluta di Adelaide, autorità, che apparve talora inflessibilmente tirannica, tanto più che le ristrettezze economiche eran tenute con ogni cura nascoste. Senza dubbio, più generosa, ella avrebbe reso più felici o meno infelici i suoi e sarebbe riuscita più cara a loro e più simpatica ai posteri; è giustizia però il notare che la sua non fu, o non sempre, gretta avarizia, e ch'ella, come già disse l'Avoli, non mostrò mai d'amare il danaro pel danaro, nè la roba per la roba: per migliorare le sue terre, per conservare in buono stato il palazzo, non le spiacque spendere e, benchè meno volontieri, acconsentì che il marito e i figli comperassero gran numero di libri. Di buon grado faceva elemosine e senza menarne alcun vanto, donava cibi o legna, e dalle finestre gettava spesso ai mendicanti qualche moneta; anzi perchè queste non le mancassero mai, ne teneva sempre pronte a quel pio scopo in una ciotola di legno nella sua camera. Anche non di rado assisteva ella medesima qualche ammalato povero, pel quale ordinava al cuoco di serbarle il miglior brodo. La sua rettitudine era scrupolosa; e si narra che, morto Monaldo, facesse pagare, senza rivelar il proprio nome, due mila e trecento scudi ad un conte maceratese verso il quale il marito le aveva confessato uno scrupolo di trovarsi in debito.