Nel salotto de la contessa e a canto a lei, il Leopardi passò alcuni fra i migliori momenti de la sua vita, non si può negarlo. Fu certo effetto di bontà d'animo la grande intimità ch'ella gli concesse, e di più effetto de le abitudini onestamente libere ch'ella aveva contratte ne le sue amicizie con molti uomini dotti; come il Leopardi ad esempio, anche il Biamonti soleva passar le serate con lei, trattenendosi fino alle 11 e più;[45] ma ad ogni modo quell'amicizia, che doveva essere un conforto per lui, finì col diventare un nuovo dolore.

Nel maggio del 1828, mentre era a Pisa, Giacomo Leopardi, riavutosi in quel dolcissimo clima, e rifiorente, ne l'anima almeno, al ritorno de la bella stagione, scriveva a la sorella Paolina d'aver fatto ne l'aprile, dopo due anni, dei versi, ma versi veramente all'antica e con quel suo cuore d'una volta; sono quelli del Risorgimento, in cui con armoniosa dolcezza canta le pene de l'animo suo nel periodo dal '19 al '28 e la gioia di sentir rivivere in sè gl'inganni aperti e noti, che natura gli diede proprii e che le sventure avevan sopito.

E voi, pupille tremule,

Voi, raggio sovrumano,

So che splendete invano,

Che in voi non brilla amor.

Nessuno ignoto ed intimo

Affetto in voi non brilla:

Non chiude una favilla,

Quel bianco petto in sè.