Mi par probabile che i versi citati si riferiscano piuttosto a Madama Padovani[46], al carattere de la quale appaiono convenientissimi; ne la Padovani il poeta ammirava a punto sopra tutto gli occhi fulgenti, e dopo averla avuta cara, egli la disprezzo veracemente.

Un'obbiezione rimarrebbe: per la Padovani il poeta provò solo una fuggevole, benchè viva simpatia, cui forse non si conviene il nome di celeste foco; ma può darsi ch'egli avesse in mente più che la durata di quell'amore, la purezza e l'entusiasmo che sempre accompagnavano l'amore in lui.

Com'è ingiusto accusare troppo severamente la contessa, che ne la sua austerità non poteva e non doveva sopportar il troppo audace linguaggio de l'appassionato poeta, il quale a tale linguaggio giunse, malgrado l'indole riservatissima, spinto dal fuoco de l'anima e da l'illusione di quel compatimento ch'egli pose ne l'animo de la sua Elvira per l'infelice Consalvo; così è ben poco ragionevole tacciare lui d'ingratitudine verso la Malvezzi, perchè nel febbraio del 1828, rispondendo probabilmente a una domanda rivoltagli, scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il poema della Malvezzi. Povera donna! Avevo veduto già il manoscritto.» Questa parola di compatimento, in cui infine non vi ha nulla di amaro, non appare punto strana su la penna del grande Recanatese, così difficile ammiratore e così parco lodatore; egli aveva il diritto d'esser giudice severo fra tutti, e che severo fosse infatti bastano a provarlo i giudizi ch'egli diede sui migliori suoi contemporanei, quali il Manzoni, il Mamiani, il Costa, il Rosini.

L'amore passò rapido in lui; le sue passioni erano troppo ardenti e infelici perchè non dovessero consumarsi in breve nel proprio fuoco, lasciando solo una triste cenere: cosa morta in un cuore che appariva morto, solo per risorgere più fremente e più grande.

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Gli ultimi anni de la contessa Teresa passarono ne le abitudini oneste, studiose e casalinghe ch'ella aveva sempre avute. Le maggiori gioie de la sua maturità serena e de la sua vecchiezza tranquilla, benchè per ben vent'anni tormentata da una malattia nervosa, le vennero dal figliuolo Giovanni, che, se è vero essere i figli le migliori virtù de la madre, fu per lei il più bel titolo di lode. È noto come Giovanni Malvezzi fosse generoso de l'opera sua e de le sue sostanze a la causa de la patria, come nel '49 assumesse il comando de la Guardia Civica; come dieci anni dopo facesse parte della Giunta provvisoria di governo e quindi deputato a l'assemblea de le Romagne, ne promovesse l'unione al regno d'Italia; commemorandolo nel Senato (24 novembre 1892), il presidente Domenico Farini diceva: «Profonde convinzioni, bontà soverchiata dalla modestia, virtù private pari alle pubbliche, furono doti spiccate di Giovanni Malvezzi.» La contessa Teresa ebbe carissime la prima sposa di suo figlio, Barbara Pio di Savoia, e la seconda, Augusta Tanari, soavissima donna che Bologna ricorda con affetto.[47]

Fra i libri e l'ago ne la dolcezza domestica, che le faceva sopportabili i tormentosi suoi mali, Teresa Carniani Malvezzi invecchiò tranquilla e rispettata. Inferma e avvertita dai medici che non le rimaneva speranza su la terra, posò la mano sul capo del figlio piangente vicino a lei, e, volgendo lo sguardo a l'alto, disse: «Dio, benedite mio figlio, la sua sposa e i suoi figli.» E in queste parole di benedizione spirò la notte del 9 gennaio 1859, pianta non da la sola famiglia e da gli amici, ma da l'intiera città. Il figliuolo e i nipoti Giuseppe e Nerio serbarono a la sua memoria un vero culto di venerazione e d'affetto.

Men nota che non meriti in realtà come scrittrice colta e gentile, ell'è notissima per la famosa lettera di Giacomo Leopardi al fratello; ma la sua severa e pur dolce figura smarrì nel tempo i puri contorni fino a diventar per taluni quella d'una civetta volgare e senza cuore. Tale non fu invero la dotta gentildonna a la quale il Leopardi dovette ripensar talvolta con amarezza sì, ma non senza rimpianto, ricordando fra le poche liete ore de la sua vita quelle trascorse a canto a lei, buona amica.

Un dottor Paoli scriveva da Firenze a la Malvezzi il 21 agosto 1827: «Ieri mi giunse il pacco contenente le trenta copie della sua Egloga e numero quattro della Repubblica di Cicerone. Leopardi mi mostrò desiderio di aver un esemplare de la prima, ed approfittandomi de l'autorità ch'Ella mi ha dato di diramarne alcune copie non esitai a compiacerlo.» Il poeta non aveva dunque scordato Teresa; e nè pur lei potè dimenticarlo, e forse gli accordò perdono, se è posteriore a la loro rottura la lettera scrittagli da lei e rimasta fra le carte del Ranieri.

NOTE.