[46]. Vedi a proposito di Madama Padovani il mio articolo Il Leopardi e Madama Padovani, pubblicato nel Fanfulla della Domenica, 10 ottobre 1897, e l'ultimo studio del presente volume.

[47]. A proposito de la famiglia Malvezzi, vedi la Necrologia del conte Giovanni, scritta da Carlo Malagola e pubblicata ne la Gazzetta de l'Emilia di Bologna, 5 ottobre 1892; vedi ancora la Commemorazione del senatore Malvezzi, letta da D. Farini presidente del Senato ne la seduta del 24 novembre 1892; a proposito del busto de lo stesso conte Giovanni, opera de lo scultore Federico Monti, donato al Municipio di Bologna col frutto di una sottoscrizione fra amici ed estimatori, vedi i giornali bolognesi del 23 e 24 gennaio 1895; e a proposito de la famiglia Malvezzi, vedi ancora Augusta Malvezzi, Ricordi (Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1887; opusc. in 8º di pagg. 30). L'archeologo Francesco Rocchi scrisse una necrologia biografica intorno a la contessa Teresa C. M. nella Gazzetta di Bologna del 9 febbraio 1859.

ANTONIETTA TOMMASINI.

Una brigata di piccoli folletti fa il chiasso in una modesta stanzetta; le boccucce rosse si aprono a risate gioconde, a grida festose, gli occhietti scintillano fra i riccioli scomposti, i giuochi stanno per divenire sfrenati e sgarbati: ma una porta s'apre e una giovanetta compare, una giovanetta bella che nel viso rotondetto e ne la fronte serena ha ancora qualche cosa d'infantile anche lei, ma che pure ne la grazia seria de' suoi quindici anni è già donna compiutamente; al rimprovero che leggono ne' suoi occhi puri e profondi, al cenno de la sua mano alzata a una scherzosa minaccia, i frugoli si quietano, a braccia aperte le si gettano addosso, promettendo, prima ancor che richiesti, d'esser molto buoni, e la fanciulla, togliendosi in collo il più piccino, si dispone a dirigere ella stessa i giuochi e un pochino anche a prendervi parte.

Tale ci appare adolescente l'Antonietta Ferroni: simile a la bionda Carlotta del Werther ella fu sin da l'infanzia piuttosto una madre che una sorella pei fratellini, chè la famiglia Ferroni, civile, educatissima, ma non ricca, la madre vedova esigevano quest'aiuto e questa precoce saggezza. Ed Antonietta cedeva di buon grado al dovere punto ingrato per lei, nata ad essere la viva fiamma d'un focolare intimo e che aveva già quel cuore materno per cui il sacrificio è gioia.

Seconda di cinque figli, era nata nel 1780 a Parma: e, piccola massaia, a pena potè, fu la direttrice de la casa; le cure domestiche innanzi tutto, poi a tempo avanzato, quasi come una distrazione, lo studio, occupavano le sue liete giornate, e non era raro il caso di vedere il grazioso visetto chino su di un libro ai riflessi rossastri del focolare di cucina. Iacopo Sozzi, suo primo maestro, le aveva appreso a preferire, tra tutti, i grandi scrittori e a gustarne con intimo diletto le severe bellezze: l'alta e pura antichità l'attraeva come la patria dei grandi ideali ch'ella già vagheggiava, e a quella serenità semplice e sublime pareva accordarsi la schietta purezza del suo pensiero, non abituato a molli fantasticherie, ma pur avvinto dal fascino de l'arte. La vita tutta operosa, le aveva lasciato ben poco tempo pei pericolosi sogni giovanili; non la fantasia, ma il cuore e la ragione predominavano in lei, perciò ella predilesse quegli studi filosofici e morali che si propongono uno scopo di più vicina e pratica utilità.

Bella, graziosa, saggia, benchè vivesse ritiratissima, fu chiesta in isposa da molti; ne la scelta ch'ella fece, diciottenne a pena, rivelò il suo senno e l'altezza del suo spirito, poichè quegli ch'ella preferì era un giovine di condizione umile, ma di grandissimo ingegno, un futuro uomo celebre, ancora quasi perfettamente ignoto, un cuore generoso accoppiato a uno spirito severo, Giacomo Tommasini, che tutto assorto ne la scienza, non poteva prometterle allora altro che le dolcezze d'un affetto sincero; non agi, nè vita gaia. Egli aveva allora trent'anni; a ventuno si era laureato in medicina, ottenendo ben presto la cattedra di fisiologia e patologia ne l'Università di Parma, dove le sue ammirate Lezioni critiche cominciarono a dargli fama. Non meno che come medico fu presto stimato come uomo; quando nel 1802 il ducato di Parma venne in mano ai Francesi, il Tommasini fu membro del consiglio di Sanità Pubblica, poi ispettore de le carceri, indi uno dei dodici rappresentanti de la città e segretario nel Consiglio Generale del dipartimento del Taro. Malgrado questi uffici onorifici del marito, i primi anni che seguirono le nozze, compiute nel 1798, furon tristi per l'Antonietta: Luigi suo fratello, giovane robusto e coraggioso, tenente ne la milizia d'Italia, venne ferito a Mantova, e il dolore da lei provatone fu tale che ne perì il primo figliuolo già presso a nascerle; ebbe ammalata una sorella, più tardi in pericolo la sua figliuoletta Adelaide, vide infine morire sua madre. A tante pene, benchè fortemente sopportate, era necessario un sollievo che distraesse lo spirito; aggiungi che, quantunque il Tommasini l'amasse teneramente, a lei parve di dover curare ancora e assai la propria istruzione per divenir degna di lui non pel cuore soltanto, ma ancora per l'intelletto; e si sentì come rapita da lo studio, tanto che ne le occupazioni non lievi che le dava la nuova casa ricca d'affetto e d'ogni intima soavità, ma ancora economicamente povera, ella si rimproverava le ore passate in trastulli vani ne la sua prima età, e gli studi che non aveva fatti e i libri che non avea letti, parendole ne la sua modestia di non poter mai riparare al tempo che certo non aveva perduto, ma di cui non era stata abbastanza avara.

Quando ella divenne madre, questo desiderio d'apprendere si fece, se possibile, ancor più vivo, al pensiero che le cognizioni sue avrebbero potuto essere un tesoro pei figliuoli, i quali da le labbra materne ricevendo quelle prime idee che spesso son guida di tutta la vita, difficilmente dimenticano poi le impressioni de l'infanzia. A questo proposito ella ricordava il detto di quella Spartana, cui una donna ateniese aveva chiesto per qual ragione gli Spartani amassero tanto le loro mogli: «Perchè sappiamo dare utili cittadini alla patria.» L'Antonietta fu una madre vera: ai figliuoli diede più che il sangue, l'anima propria, e con quell'esclusivo affetto che, se si vuol chiamare materno egoismo, è tuttavia egoismo sublime e sentimento de' più alti che conosca l'umana natura, tutto da allora in poi vide con occhi di madre, traverso la tenerezza pe' suoi figliuoli, in tutto cercò per essi non già un bene meschinamente materiale, bensì quella felicità, che deriva da la virtù e che può accompagnarsi perfino a la sventura, se l'animo è così gagliardamente temprato da non vivere di sè e per sè, ma da far sue le gioie di tutti gli umani e da saper trovare nel sacrificio quella dolcezza santamente e serenamente mesta, che non ha pari.

Dal marito soprattutto era venuto a la Tommasini l'esempio de l'amor patrio, che si accese vivissimo in lei; e, studiando e leggendo senza punto trascurare la figliuoletta Adelaide, primo de' suoi pensieri, e la casa, che l'amore del marito le rendeva sacra come un tempio e dolce come un nido, ella ripensava che il valore de le donne è sicuro indizio di tempi virtuosi e che con l'educazione femminile va del pari la felicità de le nazioni; ripensava a le austere matrone romane, esempio d'immacolata virtù e spesso illustri ne le scienze e ne le arti; e se si doleva d'esser nata donna, gli era solo pei tempi infelici, in cui l'educazione femminile era poco o punto curata. Quando le capitava di poter leggere qualche opera insigne di una penna femminile, provava i più vivi affetti di ammirazione e di riconoscenza; sui libri di Madame de Stäel meditava lungamente, rallegrandosi, quasi d'un bene che fosse anche suo, de l'ingegno, de la filosofia, de la coltura di quell'illustre donna. Leggeva molto, ma senza accogliere servilmente le opinioni de gli autori, fossero pure famosissimi, e quando il suo giudizio era contrario al loro, chiedeva parere al marito, ne l'acume del quale avea gran fiducia. Così, allorchè nel Verri lesse il piacere non esser altro che la negazione del dolore, ricordandosi un consiglio del Tommasini, consiglio divenuto per lei una regola de la vita, quello cioè di osservare i fatti e non far deduzioni che da essi, le parve per propria esperienza di dover giudicare diversamente, e chiese per lettera l'avviso del marito. Preferiva la filosofia, come quella che maggiormente si addiceva al suo spirito sereno e calmo, assetato di verità e guidato sempre da la ragione; ma non restava indifferente a l'armonia dei versi e tanto più se un concetto profondo e un intendimento civile si accoppiavano a la finezza de l'arte.