La maravigliosa serenità omerica, quella forza eroica d'un popolo giovane, cantata da un poeta giovane ne l'anima come un'alba meravigliosa, rapivano la sua immaginazione, facevan battere il suo cuore, ne evocavan tutto quello che di bello e d'alto v'avevan posto la natura, l'esperienza, il pensiero. Ella non era una dotta, una Gaetana Agnesi, una Cassandra Fedele, era una semplice anima che, cercando i libri, trovava un refugio ne le più pure regioni de l'arte. Somigliava l'Iliade al sole raggiante a mezzo il cielo di tutta la maestà, e l'Odissea al raggio della luna che splende fra le piante di tacito boschetto in una bella sera d'estate. Tanto caro le era Dante che spesso luoghi, cose, persone, le ricordavano e le facevano ripetere qualche terzina de la Divina Commedia. Un rovescio d'acqua continuato, che pareva sommergere tutta la campagna intorno a la villa, ov'ella si trovava solitaria, le richiamava su le labbra i versi:
Io sono al terzo cerchio della piova
Eterna, maledetta, fredda e greve,
Regola e qualità mai non l'è nuova.
Il ripugnante spettacolo de l'indifferenza ne le cose pubbliche, le ricordava i dannati danteschi, che non hanno speranza di morte:
E la lor cieca vita è tanto bassa
Che invidiosi son d'ogni altra sorte.
Tra i poeti suoi contemporanei prediligeva il Parini, pel Giorno, che giudicava modello di utile poesia, tipo unico al mondo d'una satira illustre, la quale mentre loda fa sentire risibile l'orgogliosa prepotenza. Ed invero a quell'anima fiera ed onesta rispondeva bene l'anima di lei, che, come il buono e rigido Brianzuolo, sdegnava l'ozio e la mollezza, come lui sentiva profondo lo sdegno per l'effeminatezza, l'ignavia e la codardia, e desiderava a la patria una stirpe di forti, capaci di rivendicarne la libertà e la gloria. Anche l'Invito a Lesbia del Mascheroni e l'Arminio del Pindemonte, le parevano gran belle cose; il primo pel profondo contenuto ne l'artistica forma, il secondo per la potenza patetica e tragica. La sua mente aperta si piaceva in ogni genere di studi, e quelli astronomici, cui l'aveva iniziata il Tommasini, dandole un libro del Cagnoli, le facean dire che nel sollevarci a la contemplazione de gli astri noi ci sentiamo maggiori di noi medesimi, perchè il nostro intelletto non vi gode soltanto una dolce libertà, ma vi esercita una specie d'impero, quello de l'uomo, che incatenato a la dimora angusta de la terra, di fronte a l'infinito mistero del creato, si svincola da tutti i legami de la materia, lanciandosi ardito col pensiero traverso i mondi che rifulgono sul suo capo ne l'immensità de la notte, e schiavo de la sua zolla, è capace pure di dominarla e di sfuggirne. Sempre pensosa non di sè soltanto, ma di tutti, ella chiedeva perchè quel che il Cagnoli aveva fatto per l'astronomia, altri dotti non facessero per le altre scienze, aprendo i tesori de la natura e del sapere umano anche a coloro che non si danno di proposito a gli studi, anche a le donne, che potrebbero giovarsene ne l'educare i figliuoli: questo de l'educazione era sempre il suo grande pensiero e come i fiumi al mare, così tutte le sue considerazioni finivano ad esso.
Il sommo interesse suo era per la scienza che ha l'uomo per oggetto. Ve l'attraeva il suo amore di madre non meno che il suo amore di patria, e a questa scienza diede il meglio de l'ingegno, a questa s'inspirarono interamente od in parte tutti i suoi lavori, in questa ella portò la luce di sagacia ch'era ne l'anima sua e l'intuizione che solo l'affetto dà a l'intelligenza femminile. A le amiche di Bologna (fra le quali vi era la chiara scrittrice Caterina Franceschi) dov'ella dimorò parecchio, quando il marito vi era professore ne l'Università, volle offrire in dono il suo volumetto di Pensieri di argomento morale e letterario[48] che Michele Colombo giudicava un lavoro da riputarsi molto, utilissimo e dilettevole per la nitidezza, l'eleganza, la vivezza e la grazia, un lavoro pel quale a la colta e valente donna l'Italia tutta doveva saper grado. Nel periodico La donna e la famiglia il Bernardi pubblicava un articolo critico[49] in cui dice d'aver sott'occhio un esemplare de l'aureo libretto, portante questa dedica di mano de l'Antonietta: A' miei cari figli nel giorno del mio nome, esemplare appartenuto a la Maestri e che gli suggerisce alcune buone considerazioni, chiuse con l'augurio di una ristampa dei Pensieri, cui venisse aggiunto ciò che su gli stessi argomenti scrissero la figlia e la nipote de l'autrice.
A le amiche di Bologna l'Antonietta volle offrire il suo libro, quella città essendole cara perchè aveva onorato il Tommasini, perchè vi aveva avuto essa medesima molte prove di benevolenza e perchè vi aveva conosciuto molti uomini insigni, ammirati i capolavori de la scuola bolognese e goduto i piaceri più cari ad uno spirito, che ama d'istruirsi. In quei pensieri ella ambiva di lasciare ai figliuoli un ritratto de l'animo suo e d'insegnar loro, senza darsi alcun'aria d'importanza, con semplicità materna, come «in tempi avversi ai buoni studi ed all'esercizio delle civili virtù, si possano nutrire sentimenti degni dell'umana ragione e serbare amore a quella Terra, la quale non ha pure un angolo, che non sia sacro e non ricordi il nome di qualche eroe.» Ancora volle insegnar loro come sempre un po' di dolcezza, pari a la scintilla dentro la selce, si trovi in tutte le cose umane, e come chi sappia penetrarne l'intimo e vivere non soltanto de la vita materiale, ma ancora di quella del pensiero e del sentimento, possa goder piaceri che il volgo ignora. Questi Pensieri sono d'argomento svariatissimo ed hanno una profondità più reale che apparente, poichè per la forma schiettissima si direbbero (e taluni sono in realtà) brani di lettere o di conversazione, cara semplicità che guadagnava a la signora gentile tutte le simpatie, la faceva apparir donna, anche mentr'ella si rivelava filosofo, e restar amabile, come scrisse il Giordani, anche allorchè parve degna d'invidia. Al solito, in questo libro predominano gli argomenti educativi e le considerazioni pedagogiche, parecchie de le quali le furon suggerite da la lettura de l'opuscolo di Kant intorno a l'educazione. Confuta alcuni pensieri del grande filosofo o ne dà quell'interpretazione che a lei pare più logica: soprattutto le piace in lui il concetto non dover il fanciullo essere allevato per la corrotta società presente, ma per quella società migliore, che potrà esser frutto di una buona educazione nazionale, la quale dipende sovrattutto da l'iniziativa privata. Era dolcissimo a la donna gentile il pensare che il bene fatto ai figliuoli diveniva bene de la patria e de l'umanità e che in tal modo anche una umile donna può cooperare al bene universale e divenir il primo anello d'una catena di benevolenza, di virtù, di carità, stringente fra loro gli uomini. La Tommasini si duole de le crudeltà, cui si abituano i fanciulli coi popolari divertimenti emiliani de la mezza quaresima, spettacoli che le riescono sommamente incresciosi poichè ella sente che la vecchiezza, in quelli derisa, deve avere a gli occhi dei giovani qualche cosa di sacro; ricorda la venerazione de' Greci e de' Romani pei vecchi e vede con dolce compiacenza il figliuolo suo ancor bambino salutar ogni vecchio che gli avvenga d'incontrare. D'animo assai fervido, condanna, con gli antichi, l'indifferenza, ricordando a questo proposito le severe leggi di Solone e approvando che fosse infame, bandito e spogliato de' beni colui, che non volesse interessarsi a le cose pubbliche. Con isdegno ugualmente vivo condanna la calunnia che, come non rispetta i più onesti, neppur lei rispettò sempre; e, abituata a ritornare col pensiero nel mondo antico, a vivervi in ispirito con un diletto che non le davano i tempi suoi, rammenta con entusiasmo, come ne l'antica Sparta, quegli che era calunniato in assenza, trovava un difensore in ogni persona presente; si duole de la facilità con cui la calunnia vien creduta da taluni, perchè nei difetti altrui trovano una scusa ai propri, da altri pel compiacimento di sentirsi migliori dei calunniati.