La figura de la Tommasini non è bella soltanto quando la vediamo fra i libri che le son cari, ma è bellissima ancora quando ci appare nei teneri colloqui con la figliuola ch'era la più cara amica del suo cuore e cui diceva: «Tu sei così necessaria al mio essere, come l'aria che respiro.» Bella, quando accompagna con gli occhi fin che può la sua Adelaide, ne la verde campagna, o quando, seduta senza quasi rifiatare, guarda le rondinelle che fanno il nido a le finestre del suo salotto di campagna, quelle rondinelle ch'ella, accuratissima de la pulizia e de l'ordine, non avrebbe mai avuto il coraggio di cacciare. Con quanta dolcezza ella seguiva tutti i movimenti dei bruni uccelletti e pensava al nido suo e a quello dove un giorno la sua Adelaide sarebbe stata madre a sua volta! Bella quando, appena levata dal letto, aperta la finestra, rimane con un ingenuo diletto a riguardar la neve, che ha coperto tutto d'intorno, e osserva le piante, che si sono inclinate al suolo e quelle che si levano orgogliose, un suo caro salice ancor più malinconico del solito; in quella tristezza ella trova qualche cosa che le dà una sensazione piacevole, e giudica sia il pensiero del riposo, che prepara in secreto una nuova, florida vegetazione. Ci piace seguirla ne le sue passeggiate solitarie in riva al torrente, mentre carezza con le candide mani le fronde dei cespugli, che si avanzano sul suo sentiero, e guarda i colli, il cielo ridente, e ascolta il mormorio de l'acqua fra i sassi, il canto de l'usignuolo nascosto fra il verde, e poi siede a l'ombra di quelle piante ed apre la Divina Commedia, piangendo su le divine pagine del Canto d'Ugolino; o quando visita la cava del gesso nei colli bolognesi e sente svanire in sè tutta la gaiezza de la bella gita e si fa pallida e triste dinanzi ai miseri operai giallastri nel volto e rugosi innanzi tempo e ai loro figli da l'aspetto malaticcio che ne l'infanzia portan già i segni de la vecchiaia; ella non regge a la pietà che ne prova e dà loro tutto il danaro che ha con sè; ma non si sente confortata per questo, anzi prova, ella sempre così contenta del suo stato, il rincrescimento di non esser ricca, al pensiero di tutto il bene che potrebbe fare.
Intanto l'ingegno del Tommasini, meritamente riconosciuto, ed il suo sapere diedero a la famiglia un'onesta agiatezza. Nel 1815 il governo de le Legazioni pontificie chiamava il professore a sostituire il defunto illustre Antonio Testa ne la cattedra di clinica medica e di terapia speciale a l'Università di Bologna; ed il Tommasini nel suo nuovo ufficio s'ebbe ben presto chiara fama non solo in Italia, ma in tutta Europa; da ogni parte de la penisola i giovani accorrevano ad ascoltare le sue lezioni, profonde per dottrina e belle per forma.
L'Antonietta, tolta da le prime strettezze, prese con vivo diletto la direzione dei lavori per ornare di un giardino la sua villa. Ella non amava le troppo culte aiuole dove i fiori disposti a disegno non hanno più nulla de la loro naturale bellezza e paiono, stretti in folla, cercar avidamente coi calici aperti e i petali cadenti un po' d'aria, un libero raggio di sole; neppure amava le grotte artificiali, le artificiali rovine, i tempietti, le false alture, le forzate prospettive; preferiva la semplicità lontana da ogni studio e da ogni ricercata simmetria, un bel rosaio da le diffuse fronde fra cui fan capolino i bocciuoli fragranti e si aprono, con un riso di gaiezza, le ricche corolle de le rose, a canto a un melagrano in fiore; lieti, variopinti garofani ai piedi d'una vite; dovunque il verde, l'acqua, le gradite alternative d'ombra e di sole. Preparando tale il suo giardino, godeva, già in previsione, de le dolci ore che vi avrebbe passate ne l'oblio di ogni amarezza, elevando a l'alto il suo pensiero, conversando con lo spirito insieme ai cari defunti, di cui il ricordo le era sempre ne l'anima, non come un terrore e un tormento, ma quale conforto soave: sentendoli così vivi in sè e nel suo cuore da illudersi di non averli interamente perduti. Uno dei suoi più vivi affetti fu quello per la natura, ch'ella prediligeva non soltanto ne le sue selve verdeggianti, nei vaghi e taciti sentieri dove a l'anima pensosa parlano le siepi alte e fiorite, gli alati insetti, le svelte lucertole striscianti fra l'erba, l'ape ronzante e la farfalla leggiera; nei lontani profili dei monti, ne gli armenti dispersi a la pastura, ne le delizie de le odorose solitudini; ma ancora ne la semplicità d'animo dei contadini, che con ingenua affettuosità festeggiavano la buona padrona e più che mai un dì ch'ella, riavutasi dopo una grave malattia, tornava fra loro. Punto orgogliosa e convinta intimamente de la santità di quel vincolo che dovrebbe legar fra loro poveri e ricchi, ella era commossa e lieta, vedendo quei rozzi lavoratori affollarsi intorno a lei, ancor pallida e debole, giunger le mani ringraziando il cielo di averle ridata la salute, e narrarle con sincera enfasi il gran timore che avevan avuto di perderla. Non isdegnava fermarsi a ragionar con loro dei lavori campestri, lodare quel che le pareva ben fatto, e giungeva a desiderare col Beccaria una onorificenza speciale pel contadino benemerito de' suoi campi.
Le scene orride la dilettavano quanto le amene. Dal ponte de la Sesta sul torrente Parma contemplava il pittoresco orrore del paesaggio montuoso e si sentiva scossa dinanzi a la sublimità di quello spettacolo unico, che descriveva poi così al marito: «Fui costretta a fermarmi per contemplare tutto l'orrido di quel luogo: monti dirupati, selve di antiche piante, che non lasciano passaggio a la luce; massi di una immensa grossezza, che stanno per rovinare giù nel torrente, il quale rumoreggia da lungi, e ti passa sotto ai piedi bianco di spuma, e quasi irritato co' monti, che lo stringono e contrastano al suo rapido corso. Sai tu, mio consorte, che mi ha consolata il vedere questo torrente, che dà o riceve nome da la nostra città! Pensando che le sue acque bagnano le mura di Parma, dove tu sei, mi pareva di vedere in esse una via di comunicazione fra le nostre anime.»
Un temporale veduto da l'alto di un monte ne la sottoposta vallata, mentre in alto ride il sole, le fa provare un sentimento per cui le par d'essere più che mortale, ma ne la gioia di questo diletto le sopravvien tosto il pensiero dei danni che avranno a patire i contadini de la valle e la pietà la commuove quanto l'ammirazione. In tutto, com'ella ben diceva, il suo spirito sapeva trovare un riposto piacere: un salice diveniva una cosa viva per lei, chè al suo rezzo rileggeva gl'Idilli di Gessner, e ripeteva il voto che il cielo le serbasse sempre ne l'anima il gusto de le bellezze campestri e la tenerezza verso gl'infelici, le due fonti de le sue più care dolcezze: ne la natura ella trovava una pace pensosa, feconda d'alti pensieri e d'emozioni elevate; ne l'amore per gli sventurati, l'oblio dei dolori propri e un senso di carità soddisfatta che le rendeva sopportabile ogni mancato suo desiderio. Vivissima era in lei la religione dei sepolcri: una bigia pietra in mezzo ad un bosco di faggi bastava a commuoverla, anzi la commuoveva più d'ogni superbo monumento; questo, diceva, eccita la meraviglia, quella la pietà; dinanzi al primo l'arte ci occupa l'attenzione, dinanzi al secondo l'animo è compreso da una dolce malinconia.
A la patria la stringeva un affetto più vivo che non soglia essere ne le donne, e perchè la sua mente era più aperta ed il cuore più tenero (ma tenero solo secondo le leggi de la ragione) che non sieno nel comune de le signore, e perchè ella amava troppo il marito per non accoglierne tutti gli affetti. I loro più cari amici erano tutti liberali e ne le conversazioni di casa Tommasini, se non si congiurava, si augurava, certo spesso, la libertà de l'Italia.
L'Antonietta sdegnavasi de le accuse lanciate da gli stranieri contro gl'Italiani; e a quella d'indolenza e d'ignavia rispondeva vantando con nobile orgoglio le nostre industrie, i progressi de la medicina, quelli de le scienze economiche e morali, con Melchiorre Gioia e i nomi, che son di per sè stessi una gloria, del Romagnosi, del Galvani, del Volta, di Lagrange, del Taverna. Nel 1829 il professore si stabilì nuovamente a Parma, dove fu eletto protomedico de lo Stato e riassunse l'ufficio d'insegnante ne l'Università; la sua prolusione ebbe ad argomento l'Amor di patria. A Parma Antonietta vide la sua casa onorata dai più insigni uomini che quella città contasse allora: Pietro Giordani, che portò ai Tommasini un affetto pari a la stima, il famosissimo incisore Paolo Toschi, Giuseppe Serventi, il professor Michele Leoni, l'avvocato Ferdinando Maestri, che sposò l'Adelaide Tommasini. Con questo matrimonio, da cui nacquero due bimbi, Clelia ed Emilio, la buona Antonietta vide adempiuto il suo voto che la figlia trovasse un compagno a lei somigliante ne l'animo; fidando ne la virtù di quella sua cara, ripeteva con dolce compiacenza: «I suoi figli non piegheranno a la viltà di questi tempi,» e ricordava forse allora i generosi versi che un altro suo grande amico, Giacomo Leopardi, rivolgeva a la sorella fidanzata:
O miseri o codardi
Figliuoli avrai. . . . .
. . . . . Di fortuna amici