Nè paterno sospir vola ove giaci,

Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

scrisse la Giuseppa Guacci Nobile, che cantò molto gentilmente del Leopardi ne l'anno stesso de la morte di lui.

Secondo il Ranieri, grande parte ebbe Paolina nel preparare ed ordinare l'edizione dei due volumi di Giacomo Leopardi, fatta da Felice Le Monnier a Firenze; e se si vuole che Antonio abbia esagerato ne l'attribuire a lei tutto in quella laboriosissima edizione, i pensieri manifestati ne la Vita, la correzione de le bozze, le dispute col revisore canonico Bini; non appare affatto repugnante a la verità ch'ella, vissuta in tanta intimità col poeta ed intelligentissima, potesse dare per quell'edizione qualche buon consiglio. Così certamente non sarà tutto vero quel che Antonio afferma riguardo a lei, e cioè di doverle il metodo d'intendere e di condurre la storia, i Quattro secoli, applicazione di tal metodo; La teorica del dolore e Frate Rocco e le Vite di alcuni grandi italiani e le Otto interpretazioni dantesche; e le Avvertenze circa il modo da tenere per rendere la Divina Commedia popolare e persino le Memorie giuridiche; ma si può senza troppa credulità affermar tuttavia che Paolina, indivisibile dal fratello, vivendo con lui e per lui soltanto, abbia potuto, anzi dovuto interessarsi ai suoi lavori e dar qualche inspirazione specialmente a quelli che son opera più d'affetto che di dottrina, come la Ginevra, che fu scritta quando Paolina era giovanissima, poco più che sedicenne, ma già abbastanza donna, perchè la causa dei poveri e de gli oppressi dovesse commuoverla, soprattutto perchè il suo cuore, in cui i sentimenti di una pietà materna erano innati, dovesse battere pei bimbi derelitti.

In causa de la Ginevra Antonio Ranieri fu messo in carcere e vi rimase due mesi. «L'angelo mio mi fu sempre allato,» scrive; «mi rappresentava ad ora ad ora la felicità del patire per quei poveri bimbi derelitti; e mi fece di quella prigionia la più cara memoria della mia vita.»[66] Narra ancora il Ranieri come il marchese Carlo Torrigiani gli avesse chieste firme per una medaglia a Gian Pietro Vieusseux; e, coniate poi le medaglie, gli chiedesse a chi doveva mandarne. La lettera, letta da la polizia napoletana, fece credere chi sa che, immaginare che si trattasse di medaglie a Mazzini o a Garibaldi, ed Antonio fu di nuovo incarcerato. Paolina, che in villa aveva visto arrestare il fratello, corse a Napoli e si raccomandò ad alcuni alti amici che ottennero subito la secreta venisse mutata ne la miglior sala de la questura, dove sorella e fratello rimasero fino al mattino seguente in cui vennero liberati.

Paolina amava ascoltare le parole dei liberali, animarli a l'opera, diffondere l'affetto patriottico e l'ardore di lotta, non sola in questa nobile impresa, cui tante altre insigni Napoletane parteciparono, ma non per questo men degna d'ammirazione. Il Ranieri non volle prender parte ai moti politici del '48, perchè, appartenendo come il suo amico Niccolini a la piccola schiera dei Ghibellini, non prestava fede ad un rivolgimento iniziato in nome del papa; il governo borbonico non potè quindi perseguitarlo e perciò la sua casa tra il '20 e il '60 fu un centro del movimento liberale napoletano, movimento cui Paolina prese parte con entusiasmo. Basilio Puoti, Carlo Pepoli, G. P. Vieusseux, Atto Vannucci, G. B. Niccolini, Giuseppe Giusti le furono amici, e le portò vivo affetto anche quella Lucia De Thomasis di cui il Ranieri scrisse l'elogio, dedicandolo a la propria sorella che l'amò tanto. In onore di Paolina, narra Antonio, il Giusti lesse a veglia per la prima volta Il Gingillino, e tra le carte del Ranieri si conserva l'autografo di questa poesia con una dedica affettuosissima del poeta a la donna gentile. Quando nel 1860 i liberali, combattendo contro i Borboni, cadevano eroicamente, Paolina non aveva altro pensiero che quello di lenire le sofferenze dei feriti e dei moribondi, cui preparava filaccie, fasciature, biancheria, mandava aranci e limoni; li volle anche assistere di persona, dopo la battaglia di Capua. Secondo narra lo stesso Antonio, un garibaldino disse a Paolina: «Non soccorra quell'altro, che è un soldato del Borbone,» ed ella, accorrendo pietosa a quel nemico, esclamò ad alta voce: «Qui non c'è che fratelli.» Ne l'ottobre del '60 una deputazione di Napoletani si recò da Vittorio Emanuele, che trovavasi con l'esercito ne le Marche perchè valicando i confini de l'ex regno entrasse in Napoli; di quella deputazione col Settembrini, il Dragonetti, il Bonghi ed altri insigni fece parte anche Paolina. Durante la guerra del 1866 ella mandava pure ai feriti tutti i soccorsi che poteva.

Vennero per lei giorni più tranquilli, quando ritornata in calma l'Italia e divenuto ricco il fratello, che dopo la morte del Leopardi si diede ad esercitare l'avvocatura e vi trovò fortuna, tutto pareva arriderle, ma forse, benchè con rara abnegazione ella si fosse dedicata tutta ad Antonio, rifiutando le invidiabili proposte di matrimonio che le erano state fatte da uomini preclari (fra i quali, mi fu detto, Giuseppe Giusti) talvolta, affettuosissima qual era, ella sentì il rincrescimento di non aver una famiglia propria. Amò i poveri con vivissimo affetto e trovò in essi, ne la loro riconoscenza ai suoi benefizi, un soave conforto. Sempre dolce e pazientissima, sopportava, senza quasi avvedersi del proprio sacrifizio, le stranezze divenute con l'età sempre più frequenti nel carattere d'Antonio; e de la casa di lui fece modestamente gli onori nei diciott'anni in cui egli fu deputato di Napoli; mai si allontanò dal fratello, nè pur quand'egli dovette frequentemente viaggiare per recarsi al Parlamento, benchè tali viaggi per lungo tempo senza ferrovie, riuscissero assai disagevoli. A Firenze, dove ella venne spesso con Antonio, seppe acquistarsi la stima e l'amicizia d'uomini insigni: basti fra questi aver ricordato G. B. Niccolini.

Singolare fra le sue virtù fu la modestia: narra Antonio che un dì a Firenze ella andava esponendogli certi suoi altissimi concetti su la storia dei popoli, quando presso la Santissima Annunziata incontrarono Gino Capponi, e benchè Antonio si studiasse senza affettazione di vincere la consueta ritrosia de la sorella, non gli fu possibile farle più uscire da le labbra una parola dei ragionamenti dianzi esposti con tanta limpidità. Ma se, come già dissi, non si voglia considerare autorità sufficiente la parola del Ranieri, oppresso dal dolore per la perdita di quella cara, non è possibile porre in dubbio l'alta virtù del suo cuore e mai, de le tante gentili manifestazioni di questa virtù, niuno seppe cosa alcuna da lei.

Il Ranieri, che adorava la sua Paolina, rimase colpito da terrore vedendola cader malata di uno scirro al petto, e invano tutto tentò per salvarla, da le cure più affettuose, ai consigli dei medici più illustri. Quand'egli la perdette (il 12 ottobre 1878) non fu dolore il suo, ma disperazione, e tale che le lacrime non la calmavano, gli amichevoli uffizi de le più care persone non riuscivano a dargli il minimo conforto; ad una signora egli scriveva: «Tutto mi rammenta, tutto mi commuove, tutto è per me lacrime, singhiozzi, convulsioni inenarrabili, incomprensibili. Io spero che Iddio mi salverà presto da un tale inaudito martirio.» E chiudendo il suo discorso su la morte de la sorella diceva: «Non seppi, fra gli spasimi e gli strazi che mi distruggono, trovare altro conforto, che deporre queste lacrime e queste rozze e tumultuarie parole, nel vostro seno fraterno. Troppe altre me ne resterebbe a dire: ma non ne avrò il tempo. Sopravvivere mi è impossibile: ed ho una viva speranza, anzi un profondo presentimento, che Iddio richiamandomi in breve ora a sè e ricongiungendomi all'angelo suo e mio, s'inclinerà a liberarmi da un dolore sterminatamente più grande di quel tanto che la natura mortale può sopportare.»

Antonio fece erigere a Paolina un sepolcro marmoreo nel campo santo ed un grande bellissimo monumento ne la chiesa di Santa Chiara, dove sono le tombe degli Angiò e dei Borboni. Il monumento, cui cooperò l'arte del Morelli, del Solari, del Ruggiero e del De Marco, rappresenta la Ranieri giacente, bella, ma con un'espressione di stanchezza e di sofferenza ne la snella persona e nel volto gentile, appoggiato a la mano; ha gli occhi socchiusi e tiene un libro ne la sinistra. Antonio visitava spesso, e mai senza lacrime, quel monumento, e volle ricordata la pia sorella anche ne la chiesetta popolare di Piedigrotta, vicina al luogo ov'ella nel 1860 aveva assistito i feriti garibaldini de la battaglia del Volturno; un medaglione di marmo vi rappresenta l'effigie di Paolina.[67] Il ricordo di lei rimase incancellabile ne l'anima del fratello e così doloroso da turbargli la salute ed in parte anche la ragione.