o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata; la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo. A lui, tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei, ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la Canzone A la sua donna egli ebbe in animo di esaltare quel femminile eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.
Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la Canzone A la sua donna come rivolta ad un ideale femminile.
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La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio a Roma che non gli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore, cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli poteva frequentare gli parevano bestie femminine, eccessivamente frivole e dissipate, incapaci d'inspirare un interesse al mondo. Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un mondo diverso dal reale,[84] e La donna del lago, data a l'Argentina ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso, giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le forme femminili un non so che di divino.
Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure, in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu, comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants, bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus heureux?...»[85]
Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86] ne l'articolo Gli amori bolognesi di G. Leopardi, pubblicato nel periodico Lettere ed Arti (Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede il dottor Franco Ridella nel suo libro Una sventura postuma di G. Leopardi.
Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando come fosse senza dubbio quella Madama Padovani la strega tanto bella, giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827 al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad averne altrimenti contezza.
Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena, nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni, onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa si facesse chiamare Madama. Nei primi tempi del matrimonio ella attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del 1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopo aver dimorato qualche tempo in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena ne l'opera semiseria La Griselda di Paer lasciando ottima memoria de l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26 marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abita ora qui ne la mia stessa casa e al mio stesso piano.»
La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica antichità. Tale era Madama Padovani: di statura alta e di forme scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi, scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina, di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento, lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor proprio poteva così improvvisamente esser mutato.
Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 che lo ringrazia del biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora, dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa cosa....»